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Via Rasella non può essere un modello per i giovani

Tra i tanti esempi per portare acqua al mulino della Resistenza forse quello dell’attentato che scatenò la macelleria nazista delle Fosse Ardeatine non è tra i più limpidi
di Marco Patricellimartedì 21 aprile 2026
Via Rasella non può essere un modello per i giovani

3' di lettura

Accade non a caso proprio in questa epoca travagliata nell’Italia delle ideologie contrapposte, come se il tempo si fosse cristallizzato al 1945 della guerra civile, quando tutti si sentono esperti di diritto costituzionale e internazionale al pari del calcio al bar dello sport. Basta indossare un fazzoletto dell’Anpi per ergersi petto in fuori a titolari esclusivi della memoria e a depositari inflessibili di ogni verità storico-resistenziale; oppure scoprire all’improvviso che il cuore batte a sinistra per pontificare di corretta conoscenza del passato, o indicare ai posteri i modelli pescandoli come capita e trasformandoli in icone da venerare o figurine da collezionare nel pantheon dell’antifascismo da salotto. Ma chissà perché i giovani di oggi non sanno chi erano Carla Capponi, Marisa Musu, Teresa Gullace, dando un profondo dispiacere a Concita De Gregorio che se ne lamenta in un’articolessa su Repubblica? Ma non sarà forse perché i giovani di appena ieri in uno studio Rai, pur studenti universitari di storia, rimasero senza voce e senza parole di fronte alla domandina banale “chi era Badoglio”? Ma non sarà che tra i tanti esempi per portare acqua al mulino della Resistenza forse quello dell’attentato di via Rasella che scatenò la macelleria nazista delle Fosse Ardeatine non è tra i più limpidi?

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L’orgoglio degregoriano su donne che presero le armi e lanciarono le bombe come gli uomini, invece di dimostrare che sanno fare anche le guerriere per la giusta causa – cosa di cui nessuno dubita – va ad accentuare il solito e stantio clima contrappositivo del 25 aprile. Non è la Festa della liberazione a essere divisiva, perché nessuno sano di mente neanche penserebbe a invertire il senso della storia e mischiare i ruoli, ma la degenerazione dell’appropriazione partitica che se ne è fatta, mettendo in corteo le bandiere della Palestina che stava con Hitler e al bando quelle della Brigata ebraica che combatteva per liberare l’Italia, cantando Bella ciao, apocrifa melodia sconosciuta ai partigiani. Cosa è stato l’attentato di via Rasella, come e perché, è un dato acquisito, su cui non si può e non si dovrebbe tifare disquisendo di legittimità dell’atto di guerra così come gli apprendisti stregoni discettano di illegittimità delle guerre contemporanee senza neanche rifarsi ai precedenti storici e alla teorizzazione e all’applicazione del diritto internazionale. Solo il Partito comunista all’epoca e nell’immediatezza rivendicò fieramente la responsabilità dell’attentato dei Gap al passaggio della polizia tedesca del battaglione Bozen, gesto partigiano da cui gli altri partiti del Comitato di liberazione furono da subito in dissenso e presero le distanze. Nessuno o quasi ricorda mai i due civili italiani (tra cui il dodicenne Pietro Zuccheretti) coinvolti nell’esplosione del carretto della nettezza urbana, prima che esplodesse la ferocia nazista con la rappresaglia.

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L’autorevole storico tedesco Lutz Klinkhammer nel 2024 ha dato alle stampe, assieme ad Alessandro Portelli, La fiera delle falsità – Via Rasella, le Fosse Ardeatine, la distorsione della memoria (Donzelli, Roma), che in 143 pagine di piccolo formato offre un quadro storiografico preciso ed esemplare sulla stratificazione della narrazione dei dolorosi fatti della primavera 1944. Nell’era delle pillole di informazione sugli smartphone e di una rassicurante equazione approssimativa dell’intelligenza artificiale, magari sarebbe meglio una sbirciatina a un testo chiarissimo invece di una ricostruzione per analogie attraverso la visione di Roma città aperta, come suggerisce Concita De Gregorio alla Generazione Z. Che per lei suona meglio Generazione Gaza: più radical e persino più chic.