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Andrea Sempio, Roberta Bruzzone: "Ecco dove cade l'impianto accusatorio"

giovedì 30 aprile 2026
Andrea Sempio, Roberta Bruzzone: "Ecco dove cade l'impianto accusatorio"

(LaPresse)

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Il dado è tratto: la Procura ha accusato Andrea Sempio dell'omicidio di Chiara Poggi, del quale stando all'ipotesi accusatoria starebbe stato autore unico. Una testi contro la quale, però, si scaglia la criminologa Roberta Bruzzonne, la quale smonta l'impianto dei pm punto per punto.

Nel dibattito riacceso attorno al delitto di Garlasco, Bruzzone contesta con decisione la consistenza del quadro accusatorio, definendolo più vicino a una costruzione narrativa che a un insieme di prove solide. In un intervento sui social, la criminologa parla apertamente di un’ipotesi fragile, spingendosi a qualificarla come "improbabile". Al centro della sua analisi c’è la distanza tra suggestione e dimostrazione: senza elementi verificabili e coerenti, sottolinea, un’accusa rischia di restare priva di fondamento in sede processuale.

Entrando nei dettagli, Bruzzone evidenzia diverse criticità. Il movente di natura sessuale viene giudicato privo di riscontri concreti, incapace di sostenere l’impianto investigativo. Anche la ricostruzione dell’aggressione presenta incongruenze: l’idea di colpi sferrati sulle scale senza tracce ematiche visibili appare, secondo lei, poco compatibile con una scena del crimine di quel tipo.

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Uno dei nodi principali riguarda la cosiddetta impronta 33, più volte indicata come elemento centrale. Bruzzone la descrive come una "stampella" dell’accusa, un appiglio che tuttavia difficilmente potrà essere attribuito con certezza nella direzione indicata dagli inquirenti. A ciò si aggiunge il tema delle impronte delle scarpe, ritenute poco affidabili perché soggette a variazioni tali da comprometterne la validità scientifica.

Nel complesso, il quadro delineato appare, nella lettura della criminologa, tutt’altro che innovativo o robusto: un insieme di elementi che non combaciano pienamente e che lasciano spazio a dubbi rilevanti. Da qui la conclusione: sulla base di questi presupposti, non emergerebbero condizioni sufficienti per riaprire il caso e mettere in discussione la condanna definitiva di Alberto Stasi.

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