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Raffaella Carrà, trafugati i cimeli alla mostra: l'ombra del mercato nero

di Luca Puccinimartedì 12 maggio 2026
Raffaella Carrà, trafugati i cimeli alla mostra: l'ombra del mercato nero

3' di lettura

Alla fine di Rumore ne ha fatto pure un po’ troppo, solo che nel verso sbagliato. È finita nei tigì, ha interessato i giornali, è rimbalzata per ore sui social: ma per via di un furto e, al seguito, addirittura di un piccolo giallo. La mostra “Rumore” (appunto) dedicata a quell’icona indiscussa che è stata (è e resterà) Raffaella Carrà si è chiusa domenica, a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), dove era stata allestita in modalità temporanea dal 18 aprile al 10 maggio, col botto. Cioè con la scoperta che, tra la trentina di abiti esposta per ricordare l’indimenticabile Raffa, sono sparite due sue cinture, entrambe qualcosa più di un semplice accessorio, considerato che sono impreziosite da cristalli Swarovski e valgono su per giù 10mila euro l’una.

La scoperta è avvenuta quando si stava sbaraccando e il pubblico era già rientrato a casa, però la denuncia l’han formalizzata i due proprietari di “Collezioni Carrà” (l’archivio privato che conta circa 350 costumi di scena, tutti indossati da lei tra il 1976 e il 2012). Una delle due cinture appartiene a un abito di Amore (programma televisivo del 2006 (Rai1), l’altra era stata mostrata durante una puntata della quarta edizione di Carramba che fortuna (nel 2008). Inutile aggiungere che si tratta di due pezzi unici e irripetibili. La palazzina Azzurra (nella quale si teneva la mostra), ironia della sorte, dato che la kermesse era dedicata alla showgirl italiana che più di tutte ha vissuto sotto i riflettori, non aveva telecamere: e questo, di certo, adesso non aiuta chi deve investigare sull’accaduto. Tra l’altro, segni di effrazione non ne sono stati trovati, per cui l’ipotesi più scontata è anche quella più probabile, qualche malintenzionato che alla chetichella s’è introdotto nello stabile, si è mischiato ai visitatori, ha allungato la mano lesta e ha fatto sparire il bottino senza destare sospetti. Sì, ma chi?

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Per ora gli inquirenti non escludono nessuna pista, potrebbe trattarsi di un estimatore disposto a tutto pur di portarsi via un ricordo della Raffa nazionale o potrebbe essere qualche “professionista” che ha agito su commissione per poter rivendere, dopo, oggetti cult tra chi è incline a non farsi troppe domande (il mercato dei cimeli delle star dello spettacolo, dopotutto, è un settore che vale miliardi a livello globale e, se in Italia naviga ancora sottottraccia nonostante esista eccome, all’estero riesce a piazzare abiti per cinque milioni di dollari, come è avvenuto a un vestito di Marilyn Monroe venduto all’asta nel 2011, o chitarre per sei, come quella di Kurt Cobain che è stata aggiudicata nel 2020). Di sicuro, però, per il momento, sono i carabinieri di San Benedetto a porsi questi quesiti e a cercare di dar loro una risposta. Per farlo stanno verificando gli accessi e i movimenti relativi alle tre settimane nelle quali l’esposizione è stata aperta ai visitatori.

Centinaia di abiti disegnati apposta per lei, cuciti, ripassati prima di andare in onda, custoditi come reliquie che rappresentano 36 anni di televisione italiana. Quella bella, quella sana, che sapeva divertire ma che ti lasciava qualcosa, leggera ma mai stucchevole o frivola. Carrà è stata, tra mille altre cose, una questione di stile: con le sue paillettes, i cristalli, l’ombelico scoperto. «Certi costumi raccontano la storia della televisione italiana», dicono infatti Gioia e Mola, «l’evoluzione del costume di scena e il percorso artistico di una donna che ha cambiato il linguaggio dello spettacolo». Hanno ragione. Quelle cinture, un po’ come il resto della collezione, sono il simbolo di un’epoca in cui il sabato sera in tivù era un appuntamento fisso per tutti, babbi o nonni o nipoti, in cui non serviva manco il cognome (Pronto, Raffaella? bastava), in cui lo show non doveva per forza stupire (malo faceva).

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