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Napoli, l'ultimo delirio a scuola? Stesso voto per tutta la classe

di Annalisa Terranovadomenica 14 giugno 2026
Napoli, l'ultimo delirio a scuola? Stesso voto per tutta la classe

3' di lettura

I voti, che cosa orrenda. I giudizi sintetici, che cosa reazionaria. Il voto in condotta, che abuso “fascista”. Occorre una rivoluzione didattica contro Valditara che parta proprio da qui: dalla costruzione dell’anti-scuola. No selezione, no valutazione, no esame, no votazione. Mica si può giudicare un alunno, suvvia. Ha studiato? Non ha studiato? Ma mica siamo in tribunale, in classe bisogna insegnare la cittadinanza consapevole... e soprattutto partire dal presupposto che tutti possono arrivare a buoni livelli di apprendimento e se non ci arrivano si fa finta che ci siano arrivati lo stesso. Tutto ciò che leggete non è ironia, succede per davvero e ce lo spiega Repubblica in un lungo servizio dedicato alla scuola paritaria “Dalla parte dei bambini” di Napoli. Un istituto che rifiuta la logica dei voti e che, secondo il quotidiano, rappresenta una sfida a Valditara in quanto non si adegua alla sua riforma.

Perché anziché valutare il comportamento del singolo alunno formula un giudizio collettivo sull’intera classe. Non solo: al posto della pagella ogni allievo - la scuola ne ha circa 1200 - riceverà una lettera nella quale anziché un giudizio – “buono”, “distinto”. “ottimo” – si spiegherà il percorso “complesso” fatto e quali sono i punti di debolezza ancora esistenti. Insomma il classico “l’alunno ha potenzialità ma si impegna poco” che ogni genitore si è sentito dire nel corso della carriera scolastica del pargolo che non aveva il massimo dei voti ma comunque agguantava la sufficienza. La motivazione ideologica che sta dietro questa opzione sarebbe che la scuola rischia di diventare troppo competitiva – colpa dei “voti” – troppa «tesa alla performance a ogni costo mentre dovremmo aiutare ciascun bambino, bambina, ragazzo o ragazza a crescere insieme agli altri per trovare il proprio posto del mondo».

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Tutta questa melassa retorica viene indirizzata contro l’antiquato ministro del governo di centrodestra il quale ha avuto il solo torto di cercare di far tornare in auge il concetto che la scuola è un posto dove si studia e se non si studia non si va avanti. Un’idea che certo comunismo didattico, affezionato al “6 politico” frutto dell’ideologia che accusava la scuola di essere classista solo perché teneva indietro i “somari”, non può tollerare. Si finge anche di non vedere che il problema della scuola non è la cittadinanza consapevole ma l’atteggiamento sempre più aggressivo degli studenti nei confronti di professori ormai privi di autorità e di tutela. L’ultimo episodio di cronaca arriva da Mirandola dove nelle scorse settimane un allievo ha puntato una pistola giocattolo al suo insegnante, al quale chiedeva indietro le sigarette, ed è stato allontanato dall’istituto. Secondo la logica della scuola napoletana questo sarebbe un abuso nei confronti dello studente perché se la scuola non è un tribunale ogni forma di punizione che sottintende una valutazione va censurata e evitata.

Quindi se abbiamo episodi di teppismo o bullismo in una classe la valutazione non dovrebbe essere individuale ma collettiva, tutta la classe ne farebbe la spese in omaggio a un livellamento ingiusto che anziché educare lo studente alla responsabilità (ogni azione ha una conseguenza) lo solleva da ogni pensiero del genere consegnandolo all’irresponsabilità. Ovviamente ogni famiglia ha diritto di rivolgersi a un istituto paritario del genere se preferisce che il proprio figlio non abbia una carriera scolastica traumatizzata dal “cattivo” ministro Valditara che un docente paragonò alla “Morte Nera” di Star Wars. Ma fortunatamente sono ancora in tanti a pensare che il giudizio che si concretizza in un voto o in un giudizio sintetico non debba per forza essere visto da uno studente come una punizione, come un’ingiustizia, ma come un premio per chi se lo merita e uno stimolo per chi non se lo merita a fare di più e meglio. In tanti siamo cresciuti accettando questo criterio che non c’entra nulla con la competitività ma col dare valore alle giornate di studio, all’impegno, al lavoro fatto in classe.

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