«Quello che vediamo è il riflesso di una crisi più ampia, valoriale, identitaria, che investe il rapporto tra le giovani generazioni e il mondo degli adulti». Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, non ha dubbi: l’escalation di violenza contro i professori nelle scuole è figlia del fatto che i ragazzi non sono più abituati a ricevere dei “no” dai genitori. «Si è progressivamente affermata l’idea che il limite fosse un elemento diseducativo. È vero il contrario. Un giovane diventa adulto quando capisce che la libertà non è assenza di regole», spiega a Libero. E così, le storture tra le mura di casa si riverberano sotto forma di botte e minacce tra i banchi di scuola.
Ministro, come si spiega questo susseguirsi di aggressioni ai danni dei professori?
«Per troppo tempo si è guardato con sospetto a qualsiasi forma di autorità. Si è messo in discussione il ruolo degli insegnanti, dei genitori, delle istituzioni. La figura del “maestro”, nella sua dimensione verticale, si è dissolta. Oggi tutto è orizzontale. Si è diffusa l’idea che educare significasse esclusivamente comprendere, giustificare, evitare il conflitto. Ma educare significa trasmettere valori, richiamare alle responsabilità, giudicare i comportamenti, saper dire dei no, aiutare i giovani a superare le difficoltà e le frustrazioni, non a negarle, avere il senso dei limiti, rispettare i confini fra il sé e gli altri. I giovani non sono più abituati a ricevere dei “no”. Se la scuola diventa il luogo in cui lo sentono per la prima volta, si arriva ad avere la violenza che vediamo oggi».
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C’è un luogo, oggi, dove la realtà si incrina fino a rovesciarsi. Dove un ragazzo di tredici anni ch...Quanto incide la famiglia in questo quadro?
«La famiglia ha un ruolo decisivo. Anche questa istituzione è stata volutamente delegittimata ma nessuna istituzione potrà mai sostituirla completamente. I ragazzi hanno bisogno di adulti presenti, capaci di dare affetto ma anche di trasmettere regole, responsabilità e senso del limite. Ma devo dire una cosa che so essere scomoda: troppi genitori oggi si comportano come sindacalisti dei propri figli. Li difendono a prescindere, contestano gli insegnanti, impugnano i voti, negano l’evidenza. Un figlio che viene richiamato dalla scuola non viene più corretto in casa, viene difeso. Questo è un cortocircuito educativo gravissimo, perché manda ai ragazzi il messaggio che le regole per te non valgono».
E i social, dove finiscono quasi sempre le “imprese” dei violenti?
«I social sono lo spazio in cui i ragazzi costruiscono la propria identità. Quel percorso che prima avveniva attraverso la famiglia, la scuola, le comunità di appartenenza, oggi si forma su piattaforme che premiano la visibilità immediata, il narcisismo, l’esaltazione dell’io, l’esibizione di sé, la spettacolarizzazione h24. Dobbiamo prendere atto di un cambiamento profondo. La parola dell’adulto, per generazioni il principale riferimento educativo, è stata sostituita dalla parola dei social. E i social non dicono mai di no».
Vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni è la soluzione?
«La proposta di legge pone una questione reale e non più rinviabile. Oggi sappiamo che i social possono influenzare profondamente la costruzione dell’identità, le relazioni sociali, la capacità di concentrazione. Così come tuteliamo i minori rispetto ad altri rischi, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci su quali limiti siano necessari anche nel mondo digitale, che per i ragazzi, di fatto, è già mondo reale».
Molti episodi di cronaca vedono come protagonisti i cosiddetti “italiani di seconda generazione”. C’è un problema di mancata integrazione?
«In tutti questi anni si è andati solo in un senso, verso l’inclusione a tutti i costi. E oggi ci troviamo a farne i conti. Perché ciò che serve è integrazione, che significa qualcosa di più esigente, e reciproco. Il problema è che questa reciprocità richiede che una delle due parti sappia cosa offre. E l’Occidente, da decenni, fatica a dirlo con chiarezza. Anzi ha rinnegato se stesso. Ha smesso di trasmettere le proprie radici come fondamenta, preferendo il dubbio alla certezza, la revisione all’identità, il relativismo ai valori. Il risultato è che un ragazzo che arriva da altrove non trova una proposta forte a cui aderire, ma al contempo porta con sé una propria gerarchia di valori, spesso radicata, che nessuno ha il coraggio di mettere in discussione per non sembrare intollerante. E così si crea il conflitto. Integrare significa anche avere il coraggio di dire cosa non è negoziabile».
Cioè?
«Il rispetto della dignità di ogni persona, il rispetto della laicità dello Stato, più in generale l’adesione ai nostri valori costituzionali».
In che modo si possono fare rispettare le nostre radici e la nostra cultura a chi ne possiede altre?
«Intanto con la formazione. Poi sottoponendo la concessione della cittadinanza all’adesione ai valori fondamentali iscritti nella nostra Costituzione e revocando la cittadinanza concessa laddove siano tenuti comportamenti incompatibili con questi».
Il rafforzamento della grammatica, la reintroduzione dall’anno prossimo del latino alle medie e la nuova centralità che sarà data alle radici della civiltà occidentale, dalla Grecia a Roma alla Bibbia, in che modo potranno aiutare il processo per ridare autorevolezza alla scuola?
«Le nuove indicazioni nazionali rafforzano la cultura della regola e il senso della nostra identità. E questo non per nostalgia, quanto perché un ragazzo che non conosce da dove viene non sa dove andare, e un Paese che non trasmette la propria identità non può pretendere che qualcuno si integri».
E poi cos’altro serve?
«Le norme, come quelle che abbiamo introdotto sulla condotta, sono certamente necessarie, ma devono essere accompagnate da una famiglia presente, una comunità educante e una società capace di trasmettere valori. La scuola deve saper innanzitutto individuare e valorizzare i talenti di ogni giovane, deve saper coinvolgere e motivare ogni studente. Ecco perché ho insistito tanto sulla personalizzazione della didattica. Dobbiamo avere il coraggio di educare. Che significa prima di tutto avere rispetto di sé e degli altri».




