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Jesi, arrestato imam: picchiava i bimbi che sbagliavano a leggere il Corano

di Daniela Mastromatteigiovedì 9 luglio 2026
Jesi, arrestato imam: picchiava i bimbi che sbagliavano a leggere il Corano

3' di lettura

C’è un filo che lega due vicende esplose a Jesi, in provincia di Ancona, nel giro di pochi giorni. Non è solo giudiziario, perché i fatti sono diversi. È un filo culturale e politico. Prima il video delle donne confinate in uno spazio separato durante la preghiera, chiuse dietro una recinzione mentre gli uomini occupavano il resto della sala. Una scena che molti hanno liquidato come una semplice tradizione religiosa. Ma in tanti si sono chiesti se quella sia davvero l’idea di integrazione che l’Italia dovrebbe accettare senza discute re. Poi arriva la cronaca giudiziaria. L’imam del centro islamico “At-Taqwa”, un cittadino bengalese di 47 anni, finisce agli arresti domiciliari con l’accusa di maltrattamenti continuati e aggravati nei confronti dei bambini che frequentavano la scuola coranica. Secondo la Procura di Ancona, chi sbagliava la lettura del Corano veniva punito con violenze fisiche e umiliazioni. Orecchie tirate con forza, penne conficcate sul corpo per “lasciare il segno”, squat ripetuti fino allo sfinimento. Non episodi isolati, ma un metodo educativo che gli investigatori ritengono abituale.

L’inchiesta nasce grazie al coraggio di un insegnante della scuola pubblica, al quale uno dei ragazzini aveva raccontato quello che accadeva durante le lezioni religiose. Da lì partono intercettazioni ambientali, telecamere nascoste e mesi di indagini. Gli investigatori parlano di immagini «inequivocabili», tanto da convincere il gip a disporre la misura cautelare. Ma il caso pone interrogativi che vanno oltre questa singola vicenda. Possibile che nessuno abbia visto? Possibile che per mesi nessuno si sia chiesto cosa accadesse realmente all’interno di quella scuola? Le famiglie dei ragazzi erano a conoscenza dei metodi educativi utilizzati? E soprattutto: quanti centri religiosi operano oggi senza un controllo effettivo sulle attività educative rivolte ai minori? Il punto non è mettere sotto accusa una religione. Sarebbe un errore tanto grave quanto ingiusto. Il punto è pretendere che chiunque viva in Italia, qualunque sia la sua fede, rispetti integralmente le leggi italiane e i principi fondamentali del nostro ordinamento. La libertà religiosa è un diritto costituzionale. Ma non può trasformarsi in uno scudo dietro il quale tollerare pratiche incompatibili con la tutela dei minori, con la dignità della persona o con il principio di uguaglianza tra uomo e donna.

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Quando emergono episodi come quello di Jesi, la risposta non può essere il solito riflesso condizionato: “non bisogna generalizzare”. Certo che non bisogna generalizzare. Ma non bisogna nemmeno minimizzare. Ogni volta che un luogo di culto diventa teatro di violenze, di abusi o di pratiche contrarie ai diritti fondamentali, lo Stato ha il dovere di intervenire con fermezza. Senza reticenze e senza il timore di essere accusato di intolleranza. Sul caso è intervenuta anche l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint, che chiede l’approvazione di una legge più severa contro le moschee abusive e un rafforzamento dei controlli sui luoghi di culto. «Un’altra moschea abusiva, ricavata dove fino a pochi anni fa c’era una carrozzeria. Si sono insediati i Tabligh, conosco bene quanto siano fanatici e radicali. E adesso è stato arrestato l’imam perché picchiava e seviziava i bambini durante le lezioni di Corano», sottolinea l’europarlamentare. «Ecco cosa accade sotto casa nostra: in un garage, in uno scantinato o in un ex negozio... infatti mascherate da associazioni culturali si nascondono moschee abusive che predicano l’odio e la Sharia», dice.

«E il sindaco di Jesi non poteva non saperlo, troppo spesso, però, le amministrazioni di sinistra, accecate dall’ideologia, tollerano vere e proprie isole di illegalità, che come in questo caso sfociano in gravissime violenze. Inaccettabile. Per questo bisogna approvare subito la proposta di legge della Lega: regole chiare per fermare le moschee abusive, contrastare il fanatismo islamico e impedire che questi luoghi continuino a proliferare nelle nostre città, affondando il nostro Paese». Chi sceglie di vivere in Italia è libero di professare la propria fede, costruire la propria comunità e trasmettere le proprie tradizioni. Ma deve farlo nel rispetto delle leggi italiane, dei diritti dei minori e dei valori costituzionali. Su questo non dovrebbero esserci eccezioni, né zone grigie. Adesso sarà la magistratura ad accertare le responsabilità. Certo è che quanto accaduto a Jesi riaccende il dibattito su immigrazione, integrazione, controllo dei luoghi di culto e tutela dei minori.

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