Le mascherine cinesi erano già state distribuite nelle scuole e negli ospedali quando la Guardia di finanza cominciò il giro del mondo per capire se i certificati di validazione fossero autentici. Un viaggio lungo nove Paesi, tra laboratori, dogane, ambasciate, archivi pubblici e società private.
Gli investigatori impiegarono mesi per inseguire report, dichiarazioni di conformità, fatture, contratti, mail e documenti doganali. Altro che gli ottanta giorni immaginati da Jules Verne: era una corsa contro il tempo che, in qualche caso, addirittura, si fermò ancora prima di partire. Dell’ente che aveva firmato le carte non si riusciva neppure a trovare l’indirizzo perché, molto probabilmente, esisteva solo su carta.
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La frammentazione, anzi la polverizzazione delle certificazioni delle mascherine cinesi non è stato il frutto del caos organizzativo della prima ondata di Covid: è stata, con tutta evidenza, una strategia pianificata, voluta. Un meccanismo diabolico, nascosto nei contratti firmati dal commissario straordinario Domenico Arcuri, così come emerge da un’annotazione firmata dalla Guardia di finanza e dalla Direzione Antifrode dell’Agenzia delle Dogane, che dimostrerebbe la volontà dei tre consorzi cinesi finiti sott'inchiesta (Wenzhou Moon-Ray, Wenzhou Light e Luokai Trade) di impedire, o comunque rallentare qualsiasi indagine puntasse alla ricostruzione della filiera.
E per farlo era necessario che le autorità di polizia perdessero tempo andando a caccia dei centri di certificazione (spesso piccoli laboratori) disseminati tra Cina, Finlandia, Germania, Paesi Bassi, Irlanda, Regno Unito, Spagna, Turchia e Ungheria. Nove Paesi differenti tra loro, ciascuno con proprie normative, codici, indirizzi investigativi e protocolli operativi. Un labirinto impossibile da esplorare per mancanza di uomini, mezzi e risorse. Il lavoro della Guardia di finanza è stato tuttavia incredibile ed encomiabile: per ogni carta occorreva risalire all’autore, accertare che l’ente esistesse davvero, verificare se fosse autorizzato a validare quel tipo di dispositivo, individuare il campione sottoposto alle prove e confrontare il documento originale con quello allegato alla fornitura.
Sono stati d'aiuto gli accordi di cooperazione internazionali, ma i tempi di reazione alle rogatorie erano comunque lunghissimi, e non tutti avevano la stessa sollecitudine del nostro Paese a voler far presto. Per Finlandia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna e Ungheria è stato attivato il percorso della Convenzione “Napoli 2”. Per Regno Unito e Turchia sono stati di supporto gli accordi di mutua assistenza amministrativa dell’Unione europea. Per la Cina, l’Agenzia delle Dogane propose di coinvolgere l’addetto doganale dell’Ambasciata italiana, in attesa di valutare eventuali rogatorie formali. Le richieste destinate alle autorità straniere giravano attorno a un unico quesito: verificare “se le società che hanno rilasciato i certificati CE o dichiarazioni di conformità esistano realmente, se abbiano titolo a rilasciare documenti simili e se i documenti stessi siano autentici”.
Il dubbio sull’esistenza degli emittenti non era una cautela da verbale, soprattutto nel rapporto con Pechino. Negli atti, accanto a diverse società e istituti cinesi, ricorreva spesso la stessa frase: «Non è stato possibile individuare la sede». È successo con Acce Jiangsu Technology, indicata come certificatore di un produttore legato a Luokai Trade. Nessun indirizzo rintracciato. Lo stesso problema ha riguardato Guangzhou Sich Technology Service, Huzhou Padding Technology Service, Jiangsu Guojian Technology, Xian Changan Technology Service, Zhejiang Green Donkey Detection Technology Service e alcuni istituti dello Zhejiang.
Fantasmi cinesi: c'erano le denominazioni. C'erano i numeri dei certificati. Mancava il luogo fisico dal quale cominciare il controllo. Perché è vero che i fornitori contrattuali erano solo tre, ma le pratiche (le cosiddette “bollette”) di importazione erano circa 1.390. Le mascherine non arrivarono infatti con poche spedizioni compatte e facilmente identificabili. Entrarono in Italia attraverso una massa di dichiarazioni doganali, consegne separate, partite differenti e documenti di conformità spesso ripetuti in fotocopia. E proprio quella ripetizione rappresentava uno dei nodi da sciogliere. Lo stesso certificato può accompagnare più lotti dello stesso modello senza alcuna irregolarità. La questione cambia quando quella carta viene usata per dispositivi differenti, produttori diversi, campioni mai sottoposti alle prove oppure merci che non corrispondono agli esemplari analizzati.
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I laboratori lo scrivevano nei report. I risultati valevano soltanto per il campione esaminato. Alcune relazioni vietavano la riproduzione parziale. Altre stabilivano che il testo non potesse essere modificato, ampliato o tagliato. Una precisazione tecnica che, letta a distanza di tempo, fa battere il cuore pulsante dell’inchiesta: le mascherine consegnate all’Italia erano davvero identiche a quelle (poche) promosse durante i test? Certamente: no.
Un certificato poteva essere autentico. La merce, intanto, poteva essere un’altra, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore: era tutto falso, dai documenti alle mascherine. Qui si nascondeva il tranello: le carte sembravano offrire una validazione immediata, ma per comprenderne il valore occorreva ricostruire l’intera catena, e per riuscirci bisognava andare in giro per l'Europa a bussare alle porte di chi aveva emesso i certificati e chiedere: chi ha consegnato il campione? A quale fabbrica appartiene? Quel modello coincide con quello importato? Il documento è stato riutilizzato, modificato o associato a una partita diversa? Domande elaborate quando i dispositivi avevano già attraversato le dogane, ottenuto le validazioni Cts o Inail ed erano stati distribuiti da almeno un anno. Mentre le mascherine erano già sui nostri volti, gli inquirenti stavano appena collegandosi a Google Maps.




