I controlli sulle mascherine, durante la pandemia, sono stati una gigantesca partita a poker, dove gli assi e le carte “pesanti” scarseggiavano ma abbondavano, in compenso, i bluff. Uno dei più evidenti lo abbiamo raccontato nei giorni scorsi ed è racchiuso nella formula latina “ictu oculi” così cara a Giuseppe Conte, che l’ha ripetutamente evocata nelle interviste rilasciate alla televisione e alla carta stampata negli ultimi giorni. La procedura dell’“ictu oculi” nasce nel verbale doganale del 25 marzo 2020, quando l’Agenzia, guidata da Marcello Minenna, stabilisce che le merci legate all’emergenza Covid vadano svincolate in tempi rapidissimi, e che quindi per farle passare basta un controllo “a colpo d’occhio”. Tradotto: verifica visiva degli imballaggi, controllo dei documenti, consultazione delle banche dati, eventuale acquisizione di fotografie e poi a posto. Nessun prelievo di campioni. Nessun test di laboratorio. Nessuna prova tecnica sulla capacità filtrante delle mascherine. Una corsia veloce diventata, però, un vicolo cieco.
VERIFICHE IMPOSSIBILI
Ma che ci potesse essere un bluff nel bluff davvero non se lo aspettava nessuno, pur a fronte della straordinaria capacità dei grillini e dei piddini di torcere e modificare la realtà per adattarla alle loro convinzioni e convenienze del momento. Invece, questo doppio bluff lo abbiamo trovato leggendo proprio il protocollo doganale incriminato, nella parte in cui si demanda all’intelligence interna tutta la parte relativa alle verifiche sulle società impegnate nell’import di prodotti sanitari. Intelligence che, è bene chiarire, malgrado gli sforzi e la buona volontà di tanti, è stata tagliata fuori dai meccanismi di verifica proprio da chi l’aveva reclutata. E non certo per chissà quale colpa o presunta incapacità, ma perché a nessuno dei capi è venuto in mente che al gigantesco banchetto sui dispositivi di protezione si sarebbero presentati non i soliti noti, ma i nuovi funamboli dell’emergenza: società nate da un minuto, intermediari senza storia, consulenti riciclati in importatori, veicoli commerciali spuntati all’improvviso. Veri e propri fantasmi dal passato immacolato, senza una cicatrice, senza radici. Sospetti e non innocenti “ictu oculi”. La formula, sulla carta intestata dell’Adm, era elegante. Persino rassicurante. Il verbale prevedeva infatti la consultazione dei «profili di rischio nel sistema di intelligence dell’Agenzia relativi ai soggetti interessati dalla spedizione». Ma se davanti agli scanner arrivavano aziende appena costituite, mai viste nel mercato dei dispositivi medici, prive di curriculum doganale e senza precedenti nel settore sanitario, quel filtro diventava una sorta di rete buttata in piscina, incapace di trattenere nulla. Non perché gli analisti non sapessero smascherarwe il gioco per far arrivare in Italia merce scadente. Al contrario: soprattutto nel Lazio, avevano intuito perfettamente la partita, e anche denunciato le irregolarità, come nel caso del funzionario Miguel Martina, poi minacciato da chi aveva interesse a lasciare le Dogane nella palude dell’immobilismo. Mancavano piuttosto gli strumenti. Mancava la possibilità di incidere. Mancava, soprattutto, una catena di comando disposta a trasformare un sospetto in uno stop, in un approfondimento mirato, in un sequestro, se necessario. Questo è mancato.
Giuseppe Conte, non solo mascherine farlocche: esplode il caso dei giocattoli sospetti
Durante la pandemia, nelle Dogane, il controllo era un gioco da bambini. Anzi, un giocattolo per bambini. Dopo le masche...Il mercato delle mascherine, d’altronde, era diventato la torta del secolo. Lo sapevano tutti. Lo sapevano anche a Pechino, dove le autorità cinesi avevano stilato una white list e una black list per distinguere le società considerate affidabili da quelle truffaldine nel business dei dispositivi di protezione individuale. L’Italia, invece, si affidava all’occhiata. Alle verifiche dell’intelligence che in realtà non poteva verificare. Alla scatola coi numeri contraffatti. Alla carta allegata. Alla fotografia. Già, le foto degli stock farlocchi importati a suon di miliardi di euro dal commissario straordinario, Domenico Arcuri, sono l’altro grande buco nero di questa storia. Il verbale della Dogane prevedeva che i funzionari immortalassero la merce sospetta e redigessero un apposito verbale prima di attivare le procedure di sdoganamento veloce.
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E quelle foto non erano routine burocratica. Tutt’altro: quegli scatti potevano diventare una traccia giudiziaria. Forse l’unica prova fisica di ciò che arrivava a Fiumicino e Malpensa. Scatole, marchi, codici, imballaggi, lotti, etichette che troppo frettolosamente erano “validate” senza alcun tipo di monitoraggio. Mappe capaci di raccontare cosa entrò nei magazzini, chi lo sdoganò, con quali anomalie visibili, in quale momento. Quei dossier fotografici che fine hanno fatto? Esistono ancora? Qualcuno li ha visti e magari conservati? Secondo quanto risulta a Libero, sì. Riguarderebbero proprio gli stock di materiale farlocco transitati negli aeroporti di Roma e Milano. Ma allora chi li conserva? Dove sono finiti? Sono stati acquisiti? Sono stati confrontati con i verbali? La Commissione parlamentare d’inchiesta su quanto accaduto nell’era Covid potrebbe mettere le mani su quelle immagini e ricostruire il percorso della merce contraffatta che ha inondato il nostro Paese. Perché a ogni fotografia dovrebbe corrispondere un atto. A ogni atto, un passaggio. A ogni passaggio, una responsabilità. A ogni balla, una verità.




