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Sanità, quanto spendiamo e quanto ci torna davvero: come stanno le cose

di Pierpaolo Silerisabato 5 settembre 2026
Sanità, quanto spendiamo e quanto ci torna davvero: come stanno le cose

4' di lettura

Ogni autunno, in prossimità della legge finanziaria, si riaccende il tema della Sanità italiana in termini di miliardi in più o in meno, di percentuale del Pil, con il ricorrente confronto con Francia, Germania o Spagna. La fotografia diffusa dalla Fondazione Gimbe è chiara: nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata pari al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media dei Paesi europei dell’Ocse. Il divario, secondo Gimbe, vale oltre 36 miliardi di euro rispetto alla media europea.

Dati che devono far riflettere, avendo il nostro Servizio Sanitario Nazionale bisogno di risorse adeguate e di una programmazione stabile. Ma, forse, ci siamo abituati a misurare la Sanità quasi esclusivamente attraverso ciò che costa, e troppo poco attraverso ciò che produce. Dovremmo avere il coraggio di discutere non solo di quanto spendiamo, ma di quanta salute restituiamo con quei soldi ai cittadini. Il rischio è che, parlando solo di miliardi mancanti, venga disegnato un Paese con una Sanità diffusamente carente, esclusivamente in difficoltà, della quale fidarsi poco. Proviamo a raccontare la Sanità italiana con altri numeri.

Nel 2025 la speranza di vita è arrivata a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne. Siamo tra i Paesi europei più longevi. Dietro questo dato ci sono decenni di prevenzione, vaccinazioni, capacità diagnostica, cure ospedaliere, ricerca, innovazione e, soprattutto, migliaia di professionisti che ogni giorno fanno funzionare il sistema. L’Ocse ci consegna un altro dato interessante: la mortalità prevenibile in Italia - cioè, in sostanza, i decessi che si sarebbero potuti evitare grazie a interventi di sanità pubblica efficaci - è di 93 casi ogni 100mila abitanti, contro i 145 della media Ocse. Nel 2025 in Italia sono state stimate circa 390mila nuove diagnosi di cancro. Negli ultimi dieci anni i decessi oncologici sono diminuiti del 9%, con riduzioni significative per il tumore del polmone e per quello del colon retto. Non solo: per alcuni dei tumori più frequenti (mammella, colon retto), la sopravvivenza a cinque anni è superiore alla media europea.
Nel 2025 l’Italia ha realizzato 4.678 trapianti di organo: il numero più alto mai raggiunto, siamo i secondi tra i grandi Paesi europei, dietro la Spagna e davanti a Francia, Regno Unito e Germania.

Sono numeri che non vogliono raccontare una Sanità perfetta, ma una Sanità che ottiene risultati migliori di Paesi che apparentemente spendono di più. È indubbio che ciò che non funziona va criticato e corretto, ma quello che funziona merita di essere studiato, misurato e replicato. Serviranno più soldi per adeguare il sistema e renderlo costantemente competitivo: soprattutto davanti alla trasformazione demografica, dovremo prevenire meglio, diagnosticare prima. Dovremo mantenere più a lungo l’autonomia delle persone, gestire meglio le malattie croniche e portare l’assistenza vicino alle persone fragili e tanto altro. In altre parole, dovremo fare in modo che agli anni conquistati dalla medicina corrispondano il maggior numero possibile di anni vissuti in buona salute. Ed è qui che, a mio avviso, la politica sanitaria dovrebbe cambiare prospettiva. Ogni anno discutiamo di quanto aumenta il Fondo sanitario nazionale. Dovremmo discutere anche di quali e quanti risultati ci aspettiamo da quell’aumento. Se spendiamo di più per gli screening, quante diagnosi precoci in più otteniamo? Se investiamo nelle vaccinazioni degli anziani, quanti ricoveri e quante complicanze evitiamo? Se rafforziamo la medicina territoriale, quanti accessi e ricoveri non necessari si evitano?

Se introduciamo una nuova terapia oncologica, quanti mesi o anni di vita in buona salute restituiamo ai pazienti? Sono queste le domande che dovrebbero accompagnare ogni investimento. Non per trasformare la medicina in una questione puramente economica. Al contrario: per riportare la persona al centro della contabilità sanitaria. Siamo già abituati a misurare quanti soldi spendiamo, quanto personale abbiamo e quanti posti letto. Abbiamo poi uno strumento prezioso per misurare siti delle cure attraverso il Programma Nazionale Esiti di Agenas, che analizza indicatori relativi alla qualità e all’efficacia dell’assistenza di strutture e territori. Sappiamo già misurare gli esiti, e il salto che farà la differenza sarà trasformare quei dati in un bilancio annuale della salute dei cittadini. Non basta dire che gli italiani vivono a lungo: dobbiamo sapere dove e perché.

Non basta sapere che abbiamo il record dei trapianti: dobbiamo capire quali competenze e investimenti lo hanno permesso. Non basta sapere che la mortalità per alcuni tumori diminuisce: dobbiamo capire quali politiche hanno contribuito al risultato e come portarle dove non arrivano. Un governo, in questa circostanza, non dovrebbe essere giudicato solo per quanti miliardi ha destinato al Fondo sanitario. E le opposizioni non dovrebbero limitarsi in Parlamento a chiedere quanti miliardi in più servirebbero, citando esclusivamente eventi negativi. Tutti dovrebbero, e potrebbero, rispondere alla stessa domanda: gli italiani stanno meglio?

E non significa affatto archiviare il problema delle risorse: se chiediamo alla Sanità di affrontare una popolazione che invecchia, nuove cronicità e terapie innovative, non possiamo pensare di farlo senza investimenti adeguati. Ma dobbiamo evitare il rituale per cui ogni autunno la Sanità diventa una gara a chi pronuncia per primo la cifra più alta. I miliardi sono necessari, ma non sono il risultato. Risultati sono le vite salvate, le malattie prevenute, gli anni vissuti in buona salute. Risultati sono le condizioni di lavoro del personale e la loro sicurezza. L’Italia ha una Sanità che presenta problemi, ma anche risultati di cui essere orgogliosi. La sfida vera è capire perché alcune cose funzionano e fare in modo che funzionino per tutti.