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Quando Galli Della Loggia avvertiva contro i rischi del multiculturalismo acritico

Alla scuola “Giulio Cesare” di Mestre sono rimasti tre cognomi italiani. Non è un dettaglio statistico e neppure una curiosità di provincia
di Daniela Mastromatteimercoledì 9 settembre 2026
Quando Galli Della Loggia avvertiva contro i rischi del multiculturalismo acritico

2' di lettura

Ci sono notizie che sembrano anticipare il destino di una nazione. Alla scuola “Giulio Cesare” di Mestre sono rimasti tre cognomi italiani. Non è un dettaglio statistico e neppure una curiosità di provincia. È un campanello che suona dentro un edificio dal quale, nel frattempo, stanno scappando quasi tutti, professori e bidelli compresi. Ma sarebbe un errore fermarsi alla contrapposizione, ormai consunta, tra «italiani» e «stranieri». La questione vera è un’altra: che cosa deve essere una scuola italiana quando la maggioranza dei suoi studenti proviene da famiglie che hanno un’altra storia, un’altra lingua e, in alcuni casi, un’altra cultura di riferimento?

È la domanda che, alla fine di luglio aveva posto Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale sul Corriere della Sera “Parlare (davvero) di scuola”. Aveva immaginato aule composte per il 70 o l’80% da ragazzi provenienti da famiglie estranee alla cultura italiana, spesso islamiche e fortemente osservanti, domandandosi che cosa sarebbe accaduto quando la storia, la letteratura, i valori civili e perfino le relazioni tra i sessi insegnati dalla scuola fossero entrati in contrasto con il retroterra familiare degli allievi. Poco più di un mese dopo, Mestre ha risposto.

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Lo storico italiano ha usato una formula destinata a far discutere: l’Italia dovrebbe diventare una società «multietnica ma non multiculturale». Non un Paese diviso in universi paralleli, ciascuno con le proprie regole, bensì una comunità composta da origini diverse e tuttavia capace di riconoscersi in una lingua, in una memoria storica e nei valori della Costituzione. È precisamente ciò che la politica italiana continua a non voler affrontare. Ci si divide sullo ius soli, sullo ius scholae, sulle moschee e sui menu delle mense. Ma si evita accuratamente la domanda principale: quali italiani vogliamo formare? Perché nella scuola della Repubblica non si apprendono solo grammatica e matematica. È il luogo in cui una società trasmette se stessa.

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Integrare chi porta il velo, ha l’obbligo del digiuno durante il Ramadan e non ammette la parità dei sessi è problematico, e dall’altra parte noi non possiamo e non dobbiamo cancellare le nostre tradizioni. Come si possono far convivere realtà così lontane. Più che l’incontro di culture sarebbe uno scontro, a cui gli stessi insegnanti sono totalmente impreparati. Eppure da tale scontro, scrive Della Loggia, dipende in misura significativa l’avvenire dell’Italia. E di conseguenza una società che deve riconoscersi in un retaggio culturale comune e in valori di base individuali e collettivi comuni, quelli indicati nella nostra Costituzion. L’editorialista del Corriere chiedeva che fosse il Parlamento - e una forte e alta discussione politica nella quale ognuno si assume le proprie responsabilità (e non soltanto un ministro) - a stabilire quale indirizzo debba seguire la scuola di fronte a una trasformazione tanto profonda. Servono mediatori culturali, insegnamento intensivo dell’italiano, distribuzione equilibrata degli alunni, sostegno agli insegnanti e regole nazionali chiare. Ma prima ancora serve il coraggio di affermare che la scuola italiana ha il diritto e il dovere di trasmettere la cultura italiana.

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