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Immigrati, il pericolo dell'onda bengalese: minacce, aggressioni e la "tassa" da 20 euro

di Simone Di Meosabato 5 settembre 2026
Immigrati, il pericolo dell'onda bengalese: minacce, aggressioni e la "tassa" da 20 euro

4' di lettura

Sono invisibili come i cinesi, all’apparenza meno ricchi. Sono islamici fondamentalisti come gli arabi, ma sembrano meno pericolosi. Eppure, i bengalesi - o meglio, bangladesi, più esatto - si sono infiltrati nelle nostre città e nelle nostre case con l’abilità dei ninja. E adesso sono ovunque. Anche se spesso non spiccicano (o quasi) una parola di italiano. Ora se ne parla, dopo gli ultimi due casi di cronaca: l’uomo arrestato e scarcerato per molestie su una 13enne a Torino, e la sollevazione nel Veneziano per poter aprire una loro moschea. E tutti si sono accorti di quanto siano numerosi. In appena un quinquennio sono aumentati del 53,8%, e lo Stato non sa ancora dire quanti siano davvero. Per comrpenderne la crescita esponenziale: alla fine degli anni Ottanta erano appena 300 o giù di lì, nel 2011 avevano già superato quota 100mila. All’inizio del 2020 i residenti erano 138.895; al 1° gennaio 2025 erano diventati 213.622, di cui 195.523 con regolare permesso di lavoro, secondo il ministero del Welfare.

Il salto più vistoso è arrivato nel 2024, quando il Bangladesh è diventato il primo Paese per nuovi permessi: 28.045, quasi uno ogni dieci. Nello stesso anno, 9.726 bangladesi hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Età media 31,3 anni, uomini al 76,7% della popolazione monitorata. Una invasione silenziosa. Il flusso non si è mai fermato nemmeno sul fronte degli ingressi irregolari. Sulla rotta libica, i bangladesi rappresentavano il 21% degli arrivi via mare del 2024, circa 13.900 unità; nel 2025 sono saliti al 31%. Quest’anno, dal 1° gennaio a oggi, ne sono sbarcati 5.198, di gran lunga l’etnia più numerosa: i secondi sono i somali, che si fermano a 2.353, meno della metà. Una cascata ininterrotta che rende difficile anche una valutazione sugli irregolari nascosti nel Paese. Qualcuno parla di 400mila “invisibili”, fonti diplomatiche spostano l’asticella più in basso. Ma dove vivono tutti questi immigrati? Roma resta la capitale italiana del Bangladesh: 35.139 residenti nel Comune, 37.905 nell’area metropolitana. Seguono Lombardia, Veneto e Campania.

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A Milano sono quasi 12mila, nell’area veneziana poco più di 12mila, anche grazie al reclutamento nelle aziende dell’indotto Fincantieri. A Palermo costituiscono la prima comunità straniera, a Bologna la seconda. D’altronde, basta camminare attorno alle stazioni o nei centri storici per accorgersi che sono ovunque: alimentari, phone center, souvenir e ristorazione. Il ministero censiva 30.300 imprese individuali nel 2024, per il 62,6% commerciali. Il CeSPI contava 37.186 imprenditori nel 2025, includendo le società; 11.005 erano a Roma. Nella Capitale i minimarket sono passati da 871 nel 2019 a 1.092 nel 2021. E tra il 2021 e il 2025 dall’Italia sono partiti verso il Bangladesh 6,32 miliardi di euro. Nell’ultimo anno le rimesse hanno raggiunto i 1,686 miliardi. Soldi drenati dal nostro circuito economico-finanziario che non torneranno indietro. Con le attività economiche, sono cresciuti associazioni e luoghi di culto. A Roma, nel 2015, 21 delle 37 sale islamiche amministrate da migranti erano gestite da bangladesi, spesso in garage o seminterrati. Attorno al 2020 risultavano più di dieci madrase a piena capacità. Gli esperti parlano di “islamizzazione moderata”, influenzata dalla Tablighi Jamaat e dai rapporti con Bangladesh e Regno Unito: una versione edulcorata del Corano che, tuttavia, non impedisce alle donne di essere bardate con burqa o il niqab, come si usa fare a Raqqa o a Islamabad.

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Poi c’è l’islamismo radicale, di cui si occupano non gli esperti ma i magistrati e la Digos. I casi non provano una rete nazionale, ma esistono. Ecco qualche nome: a Genova, Faysal Rahaman ha espiato una condanna per propaganda, autoaddestramento e adesione alla TTP, gruppo associato ad Al-Qaida. Yasin Khan è stato condannato a Brescia per apologia. Khalil Ullah è ai domiciliari per presunto arruolamento nei giri vicini alla moschea di Castel Goffredo. Himel Ahmed e Munna Tapader sono indagati a Palermo per propaganda Isis. Abdullah Masud è stato espulso dopo il ritrovamento, raccontano le informative, di manuali su ordigni e guerriglia. E ancora: a Padova due giovani imam sono stati accusati di maltrattamenti sui bambini; Ahmed Kabir, responsabile di una sala di Dergano, è stato rimandato in patria per episodi di violenza domestica e non. Precedenti che sembrano dar ragione al Comune di Mestre, che ha fermato la costruzione di una moschea da 1.500 posti scatenando le proteste della comunità, che ha addirittura annunciato uno sciopero... Sul fronte della sicurezza, i cittadini bangladesi denunciati o arrestati sono passati da 2.333 nel 2020 a 3.190 nel 2022, +36,7%. Le contestazioni più frequenti comprendono truffe, lesioni, furti, ricettazione, contraffazione, minacce, rapine, violenze sessuali (vedi per l’appunto di Torino) e droga. E non è tutto: a Roma, nel 2023, alcuni venditori bangladini avrebbero imposto agli ambulanti connazionali di Fontana di Trevi una tassa di 20 euro due volte alla settimana, con minacce e aggressioni. L’inchiesta portò a tre misure cautelari e più di qualche investigatore ipotizzò la presenza di una vera e propria “mafia dei souvenir” gestita dai bangladesi.