Una locandina e divampa la polemica. La pagina social Torino per Gaza mostra il suo programma per le prossime settimane. Venerdì di scena la proiezione della pellicola Hind Rajab a Piazza Foroni, ma quello che ruba l’occhio è un altro incontro. Incontro che si svolgerà al Campus Einaudi di Vanchiglia, presso l’Università torinese.
Il titolo? “Dibattito tre anni di genocidio, tre anni di resistenza” fissato per il 7 ottobre prossimo, in concomitanza con l’anniversario, il terzo appunto, dell’Operazione diluvio al-Aqsa orchestrata da Hamas che ha portato alla morte, sul territorio d’Israele, di almeno 1.200 tra civili e militari israeliani. Senza dimenticare il rapimento di 250 ostaggi. Andiamo a controllare meglio. Perché il post è realizzato in condivisione con Giovani Palestinesi Italia, No Justice No Peace Italy, Associazione dei Palestinesi in Italia, Rete Liberi/e di Lottare - Contro stato di guerra e polizia! e dall’immancabile Global Sumud Flotilla Italia.
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Il fitto calendario, che prende il nome “La fine del genocidio è la fine del sionismo”, porta al corteo di Piazza Castello in programma il prossimo 10 ottobre. Data in cui sono previste manifestazioni, in tutta la Nazione, di mobilitazione globale sulla questione di Gaza. «Scendiamo in piazza», scrive la costola italiana della Global Sumud, «per rompere il silenzio e l’indifferenza». Ancora. «Le nostre piazze non sono soltanto luoghi di protesta. Sono spazi di incontro, coscienza e responsabilità collettiva».
Non allontaniamoci, però, da Torino. Restiamo all’ombra della Mole Antonelliana. Perché la politica ha immediatamente stigmatizzato l’iniziativa. Uno dei primi a porre l’accento sul convegno è stato Gianni Vernetti, ex sottosegretario agli Esteri e parlamentare di lungo corso. «La rete “Torino per Gaza” e l’“Associazione Palestinesi d’Italia” (presieduta da Mohammad Hannoun in carcere con l’accusa di essere il referente in Italia di Hamas)», ha scritto su X, «promuovono una manifestazione all’Università di Torino al Campus Einaudi per celebrare il 7 ottobre e i “tre anni di resistenza”. La questura di Torino, il sindaco Stefano Lo Russo e la rettrice Cristina Prandi vietino questa inaccettabile apologia di terrorismo nella ricorrenza del peggior massacro di cittadini ebrei dai tempi della Shoah».
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Sulla stessa falsariga gli esponenti di Italia viva. In una nota condivisa la segretaria regionale del Piemonte di Iv, Silvia Fregolent, e il capogruppo in commissione giustizia al Senato, Ivan Scalfarotto, hanno stigmatizzato l’appuntamento. «Organizzare un dibattito su Gaza», asseriscono i due, «parlando di “genocidio” e di “resistenza”, il 7 ottobre 2026, è un modo per sfregiare il ricordo del massacro di migliaia di persone: donne, giovani, bambini.
La rete “Torino per Gaza” sa che quel giorno di tre anni fa Hamas scatenò la più grande mattanza di ebrei dalla Seconda guerra mondiale, che portò alla morte di 1.200 persone, e allo stupro e al sequestro di civili innocenti». Un’iniziativa, aggiungono inoltre, «del genere trasforma la condivisibile condanna della tragedia di Gaza e la legittima contestazione dell’operato del governo israeliano, in una preoccupante accondiscendenza nei confronti di un orribile crimine, di una selvaggia e sanguinaria azione terroristica. Ci lascia profondamente preoccupati che tutto questo avvenga nei locali di una istituzione liberale importante e prestigiosa come l’Università di Torino». La Magnifica Rettrice, Cristina Prandi, a questo punto è dovuta intervenire.
«L’incontro», spiega, «annunciato per il 7 ottobre al Campus Luigi Einaudi è promosso da associazioni e coordinamenti di cittadine e cittadini a sostegno della Palestina. Non coinvolge in alcun modo l’Ateneo e non può essere presentato come un’iniziativa della sua comunità». L’Università, prosegue, «è un luogo aperto al dibattito, nel rispetto di regole che valgono per tutte e tutti, a partire dall’utilizzo dei propri spazi. Per questa iniziativa non è mai pervenuta alcuna richiesta, né è stata rilasciata alcuna autorizzazione. L’Ateneo ha quindi informato, come da prassi in questi casi, le autorità competenti. Il 7 ottobre è un giorno segnato dal dolore e la scelta di questa data conferisce all’iniziativa un carattere provocatorio». Così scegliendo di celebrare il 7 ottobre i pro-Pal, a queste latitudini, non fanno altro che danneggiare la causa della Palestina. Com’è sbiadito, tra le righe, il ricordo di Roger Coudroy il «primo europeo a morire per la causa palestinese». Erano gli anni ’60, mentre oggi giocare ai rivoluzionari è il solo sfogo di un mondo che pensa al proselitismo attraverso il dramma della sofferenza.




