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Garlasco, "Garofano? Voleva fare tutto lui ma non aveva esperienza pratica"

di Luca Fazzovenerdì 2 ottobre 2026
Garlasco, "Garofano? Voleva fare tutto lui ma non aveva esperienza pratica"

3' di lettura

Un reparto d’eccellenza? Macché, i Ris del 2007 erano una squadra con pochi mezzi guidata da un comandante con la smania di apparire. E le indagini su Garlasco furono l’apoteosi di questa situazione.
A descrivere il quadro ai pm di Pavia è uno che la vita dei Ris l’ha conosciuta in profondità: Marco Pizzamiglio, all’epoca colonnello dell’Arma in forza al reparto. Racconta che nell’agosto 2007 i Ris dovettero dividersi tra il delitto di Garlasco e un altro fattaccio, una rapina finita con due vecchietti ammazzati a Gorgo al Monticano, provincia di Treviso. Siccome il 70% dei dipendenti era in vacanza, la coperta era corta. A Gorgo andarono dei marescialli «con due palle così». A Garlasco va lui, Pizzamiglio, con un colonnello, Alberto Mattei, e cinque specialisti in impronte digitali: perché i carabinieri del posto gli avevano detto che da rilevare c’erano solo impronte, nient’altro. E invece il Ris arriva e «c’era un mare di roba in mezzo al sangue», in una villa assediata dai giornalisti e dai fotografi, e per cacciarli «li abbiamo quasi minacciati con le armi».

Iniziano le trattative, faticose, col pm Rosa Muscio, che nomina come suoi consulenti due ufficiali del Ris, Mattei e Aldo Marino. Il capo del reparto, il generale Garofano, non c’è, «io avevo provato a informarlo, ma m’aveva risposto che era in Brasile. Poi è rientrato, dopo diverse settimane, e ovviamente non andava bene niente di quello che avevamo fatto». Garofano vuole per sé il fascicolo, non accetta che la Muscio abbia nominato consulenti i due suoi sottoposti. Momentacci, si intuisce, negli uffici del Ris. «Mattei dopo questo caso ha chiesto il trasferimento».

Il tema cruciale è: a chi riferivano, i due ufficiali? Oggi alla Procura di Pavia serve capire se, quando emersero le due analisi che scagionavano Stasi dalla prova per cui sarebbe stato arrestato, il Dna di Chiara sui pedali della bicicletta, Marino le abbia girate a Garofano, come dice, o se Garofano - come sostiene lui - non ne abbia saputo niente. Per Pizzamiglio i due dovevano parlare solo col pm, non con i superiori gerarchici. La norma per l’ex colonnello è chiara: la comunicazione ai superiori «non è prevista e io meno che mai avrei chiesto». E a lui va bene che Marino e Mattei lavorino come consulenti della Procura, in autonomia.

Ma poi torna Garofano, «ha voluto disfare tutta questa cosa e dopo se l’è vista con la Procura, lui faceva sempre cosi, doveva far vedere che era lui il comandante (..) lui faceva queste cose per esposizione mediatica». Anche se «mentre Marino ha un’eccellente esperienza pratica, Garofano non l’ha mai avuta». Eppure «dopo il ritorno Garofano ha gestito tutto lui». Alle prese con l’inchiesta, la pm Muscio - racconta Pizzamiglio pretende di nominare i due ufficiali come consulenti per garantirsi tempi rapidi e probabilmente un controllo più diretto. Ma a Garofano la cosa non va giù, «quando mi ha detto che avevo sbagliato tutto ha preso contatti diretti, avrà fatto qualcosa con la dottoressa Muscio che però credo non abbia convinto, perché se l’avesse convinta avrebbe revocato Marino e Mattei e avrebbe nominato Garofano, cosa che non è successa». Ma Garofano si impone ugualmente, decide di trasformare la consulenza in una indagine tecnica in modo da firmarla personalmente. Perché «Garofano voleva far vedere alla Muscio che era lui l’unico interlocutore». Un protagonismo che ora rischia di ritorcersi contro di lui, convincendo la Procura di Pavia che le due analisi che salvavano Stasi le conoscesse bene.