C’è una storia minore che non ha trovato spazio nei notiziari nazionali ma racconta di noi meglio di un trattato di sociologia. A Milano, dopo 72 anni, chiude un negozio di riparazioni. Lì gli oggetti trovavano una seconda vita.
Il frullatore, la lavatrice, il ferro da stiro, prima di finire in discarica, passavano per le mani di un uomo che usava il cacciavite come un bisturi. «Non si ripara più nulla», ha detto lapidario. Ha ragione. Riparare e aggiustare erano i verbi dei nonni. Si strappava un orlo? C’erano ago e filo per rammendarlo. Si rompeva un vaso? C’era la colla per rimettere insieme i cocci. Fateci caso: quei verbi sono spariti dal vocabolario.
Non si aggiusta più nulla, si butta. La regola non vale solo per gli oggetti. Il coniuge ci ha stufato? Lo cambiamo. L’amico ci ha deluso? Lo blocchiamo. Senza spiegazioni. Eppure, basterebbe usare le parole come una volta la colla per ricomporre le fratture. Risultato: abbiamo case piene di oggetti nuovi e vite piene di cocci. Peccato che quell’uomo, prima di abbassare la saracinesca, non ci abbia insegnato il mestiere di riparare e non abbia lasciato pezzi di ricambio con cui aggiustare i nostri guasti.




