Da sempre Milano è considerata una capitale dello stile, che un tempo puntava sul classico o il sartoriale mentre adesso strizza l’occhio allo streetwear, l’abbigliamento da strada. Ma quali sono (o sarebbero) gli abiti simbolo del 2026? Il sondaggio è partito dal sito online'Milano Città Stato', che ha avuto dei riscontri decisamente giovanili. Non si accenna a un brand di lusso oppure aun capo iconico, bensì viene individuata una tendenza urbana assai discutibile. Al primo posto, infatti, compare il perfetto look del maranza, che sembrerebbe incarnare per tanti meneghini (di prima o seconda generazione) il simbolo della moda contemporanea. Un fenomeno che negli ultimi anni è divenuto sempre più visibile e percepibile nelle piazze, nei luoghi di aggregazione e sui mezzi pubblici. Come paradosso, fino a trasformarsi in un riferimento subito riconoscibile anche per chi non ne condivide i contorni e le sembianze.
L’OUTFIT MARANZA
Entriamo comunque nello specifico per delineare il dress code del maranza ambrosiano. Si parte dalla tuta sportiva, con due preferenze specifiche: la divisa del Barcellona calcio e il modello falso Gucci, marchio in assoluto più richiesto insieme a Balenciaga. Per numerosi adepti tamarri rappresenta la principale chiave di riconoscimento, che nel tempo ha progressivamente sostituito altri riferimenti estetici. In una città che per lustri è stata associata al savoir faire, al bon ton, il fatto che la tuta sia il capo più citato racconta da solo quanto sia cambiato il panorama dell’abbigliamento urbano.
Come ovvio, attorno alla tuta ruota un insieme di accessori, da esibire in ogni parte del corpo. Poteva forse mancare il borsello, immancabile per ogni stagione, assieme al cinturone e al cappellino griffato con visiera, probabilmente fake? Soprattutto in inverno compare anche il piumino Moncler contraffatto e una catena al collo, scenica ma di poco valore. Passando alle calzature, ecco apparire le mitologiche ciabatte, tra infradito, modello da mare con calzino corto di spugna bianco, terminando con l’imitazione delle teutoniche 'Birkenstock'. Di recente le ciabatte hanno'conquistato' una fascia tamarra sempre più ampia della popolazione e oggi si vedono pure in contesti dove un tempo sarebbero state considerate fuori luogo. Segno evidente della perdita di charme del capoluogo lombardo.
Unendo questi elementi emerge una sorta di uniforme urbana che tante persone riconoscono a colpo d’occhio e che, nel bene o nel male, viene percepita come una fotografia rappresentativa della Milano (ex da bere) targata 2026. L’inchiesta del sito 'Milano Città Stato' può sembrare, per certi versi, provocatoria, in quanto molti adulti meneghini doc non si riconoscono nel look da maranza.
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E chi meglio del Cavalier Mario Boselli, presidente onorario della Camera della Moda italiana, nonché da lustri osservatore privilegiato del costume tricolore, può dare un giudizio in merito? Lo abbiamo sentito, e questa è stata la sua dichiarazione, assai significativa, iniziale: «Sono addolorato da questo sondaggio, ma non stupito». Per poi continuare così: «I tempi cambiano, i modelli da seguire mutano, ma passare da un elegante doppiopetto degli anni Novanta a una tuta sportiva fake, sembra francamente eccessivo. Tali fenomeni metropolitani iniziano, crescono e raggiungono un picco. Ora c’è da sperare che il picco venga toccato a breve per poi cominciare a scendere». Al di là del look, cosa significa quest'imbarbarimento' del gusto estetico? «Guardi- afferma Boselli - il vero problema sarebbe se dall’abbigliamento si passasse alla condivisione degli intenti, ossia a percepire come positivo il modus operandi del maranza a 360 gradi, non solo nel vestire». E il Cavaliere dello stile conclude filosofeggiando: «A da passà a nuttata...».
Nei mesi scorsi aveva destato interesse il dibattito sul dress code per l’ingresso al Teatro alla Scala, passando dal tradizionale smoking per lui e abito lungo per lei al look casual di oggi, ovvero pantalone lungo, camicia, scarpe chiuse e spalle coperte. Nel frattempo qualche tamarro aveva cercato di entrare al Piermarini in canottiera, pantofole e bermuda. Sono infatti molti i turisti- spesso d’oltreoceano, c’è da dirlo - poco avvezzi all’etichetta di luoghi quali i teatri italiani, che si presentano nel foyer senza nemmeno passare dall’hotel dopo la giornata di visita in giro turistica per la città. Ma a tutto c’è un limite...




