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Milano, spunta un nome al giorno: così si fa un favore al Pd

Il centrodestra continua a buttare nella mischia (e a bruciare) candidati: l’impressione è che manchi una visione e un vero progetto per la città
di Simona Bertuzzigiovedì 25 giugno 2026
Milano, spunta un nome al giorno: così si fa un favore al Pd

4' di lettura

Ogni giorno a Milano c’è qualcuno che si sveglia e si candida a sindaco del centrodestra. O candida qualcun altro, spesso a insaputa del designato. La professoressa Marta Marsilio, per esempio, ha scoperto ieri mattina di essere nella rosa dei papabili della lega salviniana, che però il giorno prima aveva proposto Silvia Sardone vincitrice delle primarie di partito. «Sono lusingata», ha detto Marsilio ma «al momento i miei ruoli di presidente del Besta e di professoressa dell'Università degli Studi sono la priorità». E chissà che dirà Letizia Moratti oggi quando scoprirà che c’è una fetta degli azzurri che cova il sogno di riaverla in partita. Lei che al suo primo mandato portò l’Expo a Milano e nel 2023 ha tentato la scalata al Pirellone.

Ma il punto non sono più soltanto i nomi. È che la lista si allunga a dismisura, generando imbarazzi dentro e fuori la coalizione. E nell’elettorato la sensazione netta che sotto la Madonnina manchino un timoniere, una visione e persino un programma definito, perché la sicurezza e la lotta alle ciclabili vanno bene ma tocca dare un’alternativa credibile e più complessa all’ambientalismo di sinistra. Il discorso terra terra è più o meno questo: non vorremo mica replicare le scorse elezioni, arrivando al fotofinish senza entusiasmo, senza determinazione e costretti a candidare un altro Luca Bernardo, medico bravissimo per carità, ma sembrava di assistere alla disfida di Davide contro Golia e Sala vinse senza fare un plissé?

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Dunque largo ai profili, alle rose, alle girandole. Il primo ad aprire i giochi è stato Ignazio La Russa, presidente del Senato che ha messo sul tavolo l’ipotesi di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, l’eterno ragazzo di Baggio della politica meneghina, la rappresentazione plastica che a Milano si può partire dal basso e scalare tutti i gradini del successo. Già assessore all’urbanistica di Albertini, maratoneta a prescindere, Lupi piace alla Ronzulli (dicono) ma la Lega è scettica e su di lui convergono i veti, guarda caso, dell’azzurro Alessandro Sorte e del vicepremier Antonio Tajani. Dunque il nome resta lì, appeso agli umori e alle giornate. Da tirare fuori alla bisogna, ma senza esagerare. Intanto però il dibattito si anima, e scende dai piani nobili della politica fino alla società civile. Qui stanno scaldando i muscoli in parecchi «ed è un bene», dicono, «perché è segno di partecipazione». Si fa avanti Antonio Civita, patron del Panino giusto dove i panini costano tanto ma «sono di qualità».

Si muove con piglio e con una locandina a effetto (“Qualcuno ha visto l’elefantino bianco?”). Alla sua discesa in campo (è il fondatore del padel Milano e le sfide gli piacciono) si sono visti in tanti, da Albertini fino a Sorte. Ma nessuno che si lanci in un vero endorsement. Nell’attesa spunta dal cilindro Alessandro Spada, ex presidente di Assolombarda. Il nome che piace sempre, soprattutto alla Lega, perché è autorevole, è preparato, e ha un peso specifico negli ambienti che contano. Sarebbe disponibile? Chissà. Certo non gli sfugge che se ti buttano nella mischia anzitempo sei bruciato, e dunque non si pronuncia. Tra un Civita e uno Spada, si fa largo anche Carlo Cottarelli: sono in parecchi a sperarci.

In primis il leader di Fi Antonio Tajani che l’ha rilanciato con vigore appena un attimo dopo la discesa in campo dell’ex forzista Pietro Tatarella, reduce da una vicenda giudiziaria che l’ha stritolato e da cui è uscito giusto pochi giorni fa completamente assolto. Non ha fatto in tempo Tatarella a dire «mi candido e la mia area di riferimento è Fi» che Tajani ha proposto Cottarelli con buona pace del partito (in primis Ronzulli) e di chi ricordava l’economista corteggiato anche a sinistra. Cottarelli piace a Calenda (Azione) e nell’ottica di un’alleanza allargata al centro non è poco. Ieri si è lasciato andare a un laconico: A scompaginare le carte ci ha pensato pure il presidente dell’ordine degli avvocati milanesi Antonino La Lumia. Pare che anche lui goda del sostegno di una fetta di Fi. Ha fondato un’associazione, Dialoga, che punta a intercettare ciò che non va in città.

Ovviamente non mancano i candidati “sicuri”, come l’usato che piace e lo diciamo con rispetto. Sono quelli su cui non si sbaglia per autorevolezza e moderazione. Il primo è Ferruccio Resta, ex rettore del Politecnico che però già l’anno scorso aveva gelato gli entusiasmi, «non avrò le chiavi di Milano». Piace e convince come il presidente di Fondazione Fiera, Giovanni Bozzetti. Un cognome, una garanzia. Non ha fatto in tempo a entrare negli uffici di largo Domodossola che i media si sono avventati: «Non mi interessa», ha glissato lui. Più o meno quello che vanno ripetendo a elezioni alterne Paolo Del Debbio e Gabriele Albertini. Nel 2020 Del Debbio diceva: «Candidato sindaco? Continuo il mio mestiere». Però ora è in pensione e con quel bagaglio di puntate sul radicalismo islamico, i maranza, le baby gang, sai che consensi...

Già, ma le donne? Marsilio ha declinato. Iannantuono (rettrice della Bicocca) sembra vicina alla sinistra. Sardone avrebbe voglia (e i consensi) ma sa che a Milano conta conquistare i moderati. Non è finita... da qualche parte sono comparsi anche Guido Bertolaso (Fontana sarebbe felice, Fdi meno), Alessandro Morelli e Regina De Albertis (ex pres. Ance) non sgradita a Confindustria. Devono aver lanciato anche l’opzione Giovanni Terzi, che però farebbe l’assessore solo di sua moglie Simona Ventura. Intanto tutti, ma dico tutti, spergiurano che la partita è contendibile, che Sala ha fatto disastri, che Majorino farebbe peggio, che Calabresi è il candidato ideale della sinistra e ha la ola dei salotti ma non ha mai detto una parola su Milano. Partita contendibilissima.

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