I tempi televisivi non sono quelli della giustizia. Sigfrido Ranucci sarà ascoltato a settembre dai pm che indagano sull’attentato che gli avrebbe confezionato il sodale Valter Lavitola. La Rai però non può aspettare che si arrivi a una verità giudiziaria prima di decidere se confermare il suo vicedirettore alla conduzione di Report. È in gioco la credibilità di uno dei più importanti format giornalistici della tv pubblica e l’azienda ha chiarito fin da subito che ogni scelta sarà fatta nell’interesse supremo della tutela del prodotto, che non è stato creato e non appartiene a Ranucci.
L’indizio, il sospetto, l’indagine, la speculazione, il convincimento. I metodi degli inquirenti hanno talvolta analogie con quelli dell’inchiesta giornalistica. Sigfrido ha spesso giocato su questo; partiva da un mattoncino, da una piccola parte di realtà, la spacciava come una fotografia intera e ci costruiva su un castello di teorie. Gli ascolti salivano e la verità, magari contraria alle tesi giornalistiche sostenute in prima serata, emergeva sempre dopo, quando non interessava più a nessuno, quasi nemmeno ai suoi obiettivi, nel frattempo tritati mediaticamente.
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Oggi il conduttore rischia di finire vittima del suo metodo: i magistrati che indagano pensano che l’attentato che ha subito sia in realtà una messinscena, il suo amico non aiuta, fornendo giustificazioni a cui non credono né le toghe né l’interessato, le illazioni fioccano e la logica non può che portare a un suo avvicendamento. Può il programma che semina dubbi sul potere fondarsi su una figura al centro di ogni dubbio, sul protagonista del giallo dell’estate, che non troverà soluzione prima della ripresa della stagione autunnale? Certo che no... Ranucci era d’accordo con Lavitola perché voleva tentare l’avventura politica; oppure perché voleva blindarsi in Rai, scommette chi gli vuole male. No, era totalmente all’oscuro, ha iniziato a sospettare solo meno di due mesi fa, quando è stata perquisita la casa dell’amico, e se non l’ha mai mandato al diavolo, come avrebbero fatto tutti, è perché prima era incredulo, poi sotto choc, infine tanto furente da trincerarsi nel silenzio, è la tesi dell’interessato e di chi ne prende le difese. Ma dai, non è un fesso, magari non sapeva all’inizio, quando ha indicato agli inquirenti e ai suoi telespettatori falsi bersagli, onorevoli di Fratelli d’Italia o potenti che possono influenzare i servizi segreti, ma poi qualcosa deve aver sospettato per forza e ciononostante ha mantenuto atteggiamenti ambigui, pensa più o meno chi sta in mezzo.
In un contesto normale si congelerebbe la situazione, spiegando a Ranucci che Lavitola gli ha sporcato la bianca camicia con cui spesso va in video e serve passare dalla tintoria per un po’ di tempo prima di ripresentarsi come nulla fosse. Sigfrido però non ci sta. Il seminatore di dubbi non vede quelli che fioccano intorno a sé e punta ancora a ritornare al timone di Report. Per farlo, in privato insulta i vertici dell’azienda, in pubblico minaccia. “Se mi cacciano, prendo un risarcimento milionario”, lascia filtrare. Non punta ad andare via con cassa, ma a restare con il microfono, però la frase suona come un ricatto. In effetti non può essere interpretata diversamente e non è un caso che arrivi proprio ora.
Il conduttore si sente all’ultima spiaggia. La sua redazione ha prodotto un documento che lo commissaria, portato avanti peraltro dai suoi due uomini forti ed ex fedelissimi, Giorgio Mottola e Giulio Valesini, che si candidano per sostituirlo. Il Pd, molti colleghi e intellettuali d’area lo hanno scaricato. L’amico Lavitola pensa a salvarsi e sostiene la tesi strampalata di aver messo la bomba per proteggerlo, in modo da schivare le accuse di aver voluto portargli consenso politico, che ridisegnerebbe il tutto come un atto di terrorismo, o di volerlo condizionare e mirare a interessi affaristici, che sarebbe compatibile con l’aggravante mafiosa. I pm non se la bevono, però sono persuasi dalla tesi che Valter volesse spianare la strada politica all’amico, il cui narcisismo era solleticato dall’ipotesi, dicono le carte. Segno che siamo solo all’inizio del film e che Report ripartirà prima che trovi risposta anche un solo interrogativo. Conclusione, Ranucci sfida l’azienda: cacciatemi se avete il coraggio, e mi farete ricco. Per rafforzarsi, la butta in politica, e una parte della politica ci casca. I giornalisti amici sostengono che la sua rimozione sarebbe una vendetta di Fratelli d’Italia, che replica puntualmente, e fin qui ci sta. Sono alcuni eccessi, quando si alza qualcuno a dire alla Rai come risolvere la vicenda, che fanno il gioco di Sigfrido, trasformandolo in un martire anziché, nella migliore delle ipotesi, in uno sprovveduto che si è fatto fregare da Lavitola.
E la Rai? Il capo dell’ufficio legale è in Brasile, il direttore generale è in Grecia, oggi è venerdì di Ferragosto e i pochi che ancora vagano nei corridoi agognano ad almeno una decina di giorni di vacanza, di un potenziale sostituto di Sigfrido non c’è neppure l’ombra. Quindi si aspetta per la decisione finale, anche se il fatto che il marchio Report sia della Rai e che il conduttore sia solo un dipendente teoricamente blinda l’azienda: Ranucci non sarebbe il primo né l’ultimo direttore, conduttore, frontman a essere sostituito. L’azienda ha fatto capire che avrà un peso l’andamento della raccolta pubblicitaria. Se lo scandalo Lavitola penalizzerà gli investimenti sulla trasmissione, questa potrebbe essere una motivazione per decidere di cambiare il conduttore.
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Avrà un peso anche la relazione dell’azienda sui comportamenti del vicedirettore. Il fatto di aver inoltrato a Lavitola mail in cui la direzione gli contestava comportamenti troppo partigiani ed eccessi di presenzialismo sulle reti concorrenti non aiuta il conduttore. Potrebbe essere il passo falso che lo farà cadere. Male anche le confidenze rilasciate all’amico, quel «Li odio tutti, sono ipocriti» rivolto ad altri esponenti dell’azienda non è un comportamento degno di un dirigente.
Un canale di comunicazione però è rimasto aperto. Attraverso uno dei tre componenti della redazione che non hanno sottoscritto il documento che lo commissaria, Ranucci avrebbe fatto sapere che, se proprio deve fare un passo indietro dal video, vuole concordare con l’azienda come sarà sostituito. La scelta interna è quella che la Rai preferisce, per non far precipitare un fulmine sulla tempesta. Tutti ma non Bruto, al secolo Mottola, l’uomo da cui si sente accoltellato, avrebbe fatto sapere Sigfrido, e non c’è nessuna intenzione di scontentarlo. La vicenda rischia sempre di più di rivelarsi come il tipico caso della profezia che si autoavvera.
Un giornalista teme che gli vogliano togliere il programma anche se non è così e lo confida all’amico sbagliato. L’amico pensa di trarne profitto e monta su un casino che costa il posto al giornalista. Come finirà? Con Ranucci eletto nelle file del Movimento Cinque Stelle che si fa mettere in Commissione Vigilanza Rai e fa le pulci a tutti, consumando piccole vendette per il grande sgarbo che ritiene di aver patito: nella tv pubblica sono convinti che andrà così.




