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Chi oggi usa Regeni scorda Zaki, Sala e Guerra

L'opposizione si esibisce in speculazioni elettorali sulla pelle degli italiani all'estero
di Annalisa Terranovagiovedì 1 ottobre 2026
Chi oggi usa Regeni scorda Zaki, Sala e Guerra

3' di lettura

Inutile nutrire una qualche larvale speranza di vedere l’Italia unita quando vi sono questioni di politica estera che ne coinvolgono l’autorevolezza e la reputazione. Mentre le opposizioni attaccano Giorgia Meloni accusandola di essere in campagna elettorale le stesse non si tirano indietro se c’è da speculare sul caso Regeni. Al di là e oltre gli attacchi al ministro Tajani, la tesi di fondo delle dichiarazioni sulla sentenza Regeni è che il governo sarebbe sovranista a parole, direbbe “prima gli italiani” ma dell’italiano Regeni se ne frega perché in fondo non può farci una fiction come su Marconi e Mameli (tesi sostenuta da Repubblica), tutte carinerie che rientrano, semplificando, nella cosiddetta “narrazione ginocchiere”. Meloni deve essere sempre dipinta come “servile”: eppure i rapporti con l’Egitto li ha ripresi Giuseppe Conte dopo il governo Renzi, e dopo Conte li ha intrattenuti Mario Draghi. Tra l’altro lo strillonaggio delle opposizioni non tiene canto del caso di Nessy Guerra, un dossier molto delicato in mano alla Farnesina così come quello di Luigi Giacomo Passeri: e certamente svillaneggiare Tajani, accusarlo di inettitudine, non aiuta le trattative diplomatiche così complesse.

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«NESSUNO È STRANIERO»
Ma sappiamo bene che per la sinistra - ormai innamorata dello slogan “nessuno è straniero” - l’italianità non è un valore ma paccottiglia retorica. Eppure il governo Meloni è quello che ha riportato a Bologna Patrick Zaki il 23 luglio del 2023. L’attivista rifiutò il volo di Stato per marcare la sua distanza dal governo e la premier signorilmente dichiarò: «Non mi aspetto riconoscenza, non mi interessa, era giusto farlo, l’abbiamo fatto e lo facciamo indipendentemente da ogni altra considerazione». Due anni dopo, dopo il rapimento di Cecilia Sala in Iran, il governo si mosse ancora una volta e la giornalista tornò in Italia sana e salva. Anche la segretaria del Pd Elly Schlein fu costretta a dire grazie a Palazzo Chigi: «La liberazione di Cecilia Sala è un sollievo, e saperla presto in Italia ci riempie di gioia. Un ringraziamento al governo, al corpo diplomatico, ai servizi e a chi ha lavorato incessantemente in questi 20 giorni di apprensione e angoscia per questo risultato». Meloni fu protagonista all’epoca di un vertice lampo con Trump a Mar-a-lago per sbloccare la trattativa, legata alla richiesta di estradizione avanzata dagli Usa nei confronti di un ingegnere iraniano arrestato in Italia, Mohammed Abedini.

In quel caso la “narrazione ginocchiere”, funzionale a compiacere il popolo pro-Pal e a supportare l’assurda accusa di complicità dell’Italia col “genocidio” di Gaza, non era utilizzabile. Due episodi che vale la pena ricordare mentre i megafoni del campo largo sono in pieno funzionamento per screditare ancora una volta l’Italia. Lo hanno fatto col caso Almasri, lo hanno tentato col caso Ranucci, salvo poi doversi ricredere quando è saltato fuori “l’attentato d’amore”, stanno tentando di farlo ora con la sentenza Regeni.

FUORI TEMPO
Senza neanche aspettare che maturino i tempi giusti già chiedono che il governo si muova, che interrompa i rapporti con l’Egitto, che Tajani si dimetta. Ma si muova in che direzione visto che anche il procuratore capo di Roma Lo Voi dice che occorre aspettare le motivazioni della sentenza? Un elemento ribadito anche dal ministro Tommaso Foti: «Per far rispettare la sentenza, innanzitutto occorre il deposito della sentenza». A tal proposito è bene ricordare che tra Italia ed Egitto non risulta in vigore un trattato bilaterale di estradizione, mentre essendosi lo Stato italiano costituito parte civile è possibile richiedere il risarcimento: la Corte d’Assise di Roma ha infatti riconosciuto alle parti civili una provvisionale immediatamente esecutiva per un totale di 650mila euro.