C’è un Faraone al Cairo, l’ex generale Abdel Fattah Al Sisi. L’alternativa sarebbe un Califfo, sul genere di Mohammed Morsi, che quando fu eletto democraticamente come presidente della Repubblica egiziano tentò di riportare in auge la legge coranica, che è il contrario della democrazia. E fu rovesciato da un colpo di Stato nel 2012, insieme alle illusioni che le Primavere arabe avevano contribuito a nutrire. Fu il grande errore di Barack Obama.
Il discorso dell’allora presidente degli Stati Uniti, il 6 giugno 2009 all’Università del Cairo, fu una scintilla che ebbe la conseguenza di incendiare mezzo mondo. Togliere il sostegno americano a Hosni Mubarak equivalse a un via libera al regime change in tutta la regione, contribuì a scatenare rivolte, repressioni sanguinarie, l’esplosione della guerra santa contro gli “infedeli” e la nascita dello Stato islamico. Ai pochi altri che magari continuano a sognare un raìs panarabo, come lo fu Nasser nel secolo scorso, va ricordato che furono sconfitti lui e il suo progetto filosovietico. E che il mondo attuale non è più diviso in due blocchi contrapposti.
Noi con Giulio ma non si può mollare l'Egitto
Prendiamo atto con soddisfazione della condanna dei tre agenti egiziani responsabili del rapimento di Giulio Regeni e ci...IL RISCHIO GLOBALE
Il presidente egiziano può anche risultare repellente ai raffinati sostenitori dei diritti umani, ma ha una indubbia legittimazione democratica, sancita dalle elezioni del 2014, del 2018 e del 2023. Governa con pugno di ferro un Paese le cui carceri ospitano migliaia di oppositori. E gli stivali chiodati non piacciono a nessuno, soprattutto a chi viene calpestato. Da quella macchina repressiva Giulio Regeni è stato stritolato a morte nel gennaio 2016 e dopo più di dieci anni non si sa ancora chi lo ha torturato e ucciso. Una sentenza stabilisce che i responsabili del suo rapimento sono tre ufficiali appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. Condannati a dieci anni di carcere, ma irreperibili e indisponibili a scontare la pena, grazie all’aiuto delle autorità locali, che non hanno fatto altro che ostacolare le indagini della Procura di Roma sul caso.
Chi pensa che, allo scopo di condurre i colpevoli nelle nostre carceri, sia opportuno mettere a rischio le relazioni diplomatiche dell’Italia con l’Egitto, forse non ha messo sul piatto della bilancia della giustizia il peso internazionale rappresentato dall’influenza del Cairo, che nell’ultimo decennio ha saputo mantenere istituzioni stabili e, nel Paese che ha visto la fondazione dei Fratelli Musulmani, ha tenuto a bada il terrorismo islamico, pur trovandosi al centro delle turbolenze del Medio Oriente e dell’Africa. Da lì passano i confini terrestri con Israele e Gaza, con il Sudan, con la Libia, oltre che lo strategico Canale di Suez, la porta che conduce al Mar Rosso. Tutte aree di crisi, in cui sono attivi attori internazionali, dalla Cina alla Russia, dagli Stati Uniti alla Turchia fino alle monarchie del Golfo.
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Nella strategia del Piano Mattei, portata avanti dal governo italiano, il soft power costruito in questi anni da Palazzo Chigi rappresenta uno strumento pensato per sanare conflitti, non per espanderli importando altro caos dal Mediterraneo allargato. Soffiano già troppi venti di tempesta per non cercare di promuovere la pace e la cooperazione con il mondo arabo.




