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Ranucci e Formigli se le suonano. E l'IA manda ko Sigfrido

di Pietro Senaldimartedì 13 ottobre 2026
Ranucci e Formigli se le suonano. E l'IA manda ko Sigfrido

3' di lettura

Su ragazzi, fate i bravi e non litigate. Il caso Ranucci ha sconquassato il giornalismo che pende a sinistra. Non nel senso che sono tutti sotto choc perché Sigfrido non condurrà più Report, come da decisione Rai confermata dal giudice del lavoro. Quello anzi appare un sollievo per tanti compagni di mestiere e bottega. Piuttosto, nel senso che l’attentato per amore ideato da Valter Lavitola, a beneficio o danno dell’amico, è diventato il detonatore di un’esplosioneche ha travolto quest’ultimo con una virulenza che era davvero impensabile. Il bisticcio di giornata è degno di una disfida tra bimbi-minchia. Corrado Formigli rilascia al Corriere della Sera un’intervistache non fasconti al collega: promiscuità con fonti discutibili, imperdonabile difesa a oltranza delle medesime ancorché compromesse, mancato passo indietro volontario per salvare la credibilità di record e di chi ci lavora; questi i rimproveri del conduttore di Piazza Pulita. Per carità, tutto vero, ma perché infierire, soprattutto dopo aver già detto urbi et orbi che «Sigfrido ha sbagliato, visto che se di mestiere attacchi il potere devi curarti di restare libero» e a sentenza di condanna emessa?

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“Si informi prima di parlare: anche l’intelligenza artificiale se digiti ‘Ranucci ha preso le distanze...

FILO ROSSO
Umano che Ranucci ci sia rimasto male e abbia reagito disunendosi: «Formigli si informi prima di parlare, basta chiedere all’intelligenza artificiale per sapere che ho preso le distanze da Lavitola». Detto, fatto: è un attimo e il permaloso Corrado pubblica sui suoi social la risposta del cervellone che tutto sa e giudica di noi: «No, non lo ha fatto»; ergo, Sigfrido è colpevole. Deduzione: la vicenda di Report ha rotto il filo rosso di solidarietà che ha sempre legato tra loro i grandi giornalisti sedicenti di sinistra. Adesso sembrano un po’ tutti come i parlamentari del Pd con Elly Schlein, sempre pronti a criticare e fare la lezione, da Michele Santoro a Selvaggia Lucarelli, da Roberto Saviano a Massimo Gramellini. Questa lapidazione di Ranucci da parte di mani amiche dà la sgradevole, e probabilmente del tutto ingannevole sensazione di chi picchia forte per scacciare da se stesso ogni dubbio e ogni critica.

Non si fa dai, pietà per il compagno che sbaglia. Eppure, ingenuo chi si stupisce: mollare lo sventurato che mette il piede in fallo al primo sentore di rogna è la regola del mondo dem, avvezzo a trasformare l’amico in difficoltà nel bidone contenitore delle immondizie di tutti. Lo chiamano amore per la giustizia e la trasparenza; è anche un po’ stronzaggine. Per dirla tutta, un errore tira l’altro e infatti Ranucci sbaglia ancora. Le amicizie, vere, di redazione o d’area, non sono il suo forte; c’è da sperare che di inchieste ne capisca più che di uomini, altrimenti chissà cosa ha propinato al telespettatore in questi anni. Saviano, Formigli e Santoro? I loro attacchi «colpa di una campagna stampa fatta di 3.500 articoli contro di me», si giustifica l’ex conduttore di Report, che giura di non voler scendere in politica per continuare a dedicarsi al gionalismo d’inchiesta. Ottimo, ma allora urge che ritrovi il fiuto del segugio. A scavare la fossa a Sigfrido, oltre a lui medesimo e a Lavitola, non sono stati gli articoli dei giornali della destra e neppure le frasi inopportune di qualche politico della maggioranza, che chiedendone la rimozione ha rischiato di allungargli la vita e mettere in difficoltà i vertici Rai, che hanno invece agito con accortezza e prudenza, a partire dal direttore, Paolo Corsini.

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RICORSO IMPROBABILE
Nell’improbabile ricorso con il quale chiedeva di essere reintegrato, Ranucci sosteneva che la sua rimozione fosse una decisione politica frutto di pressioni del Palazzo. Il giudice, per bocciarlo, ha usato le parole dei suoi redattori e inviati. I più benevoli lo hanno definito «inopportuno» e hanno descritto una redazione tiranneggiata e che in coro gli chiedeva il passo di lato. I più rancorosi lo hanno attaccato nel privato, con non velate accuse di sessismo. Sono state queste sentenze a convincere i giudici e alimentare i giudizi punitivi dei colleghi televisivi d’area sinistra, usati dal tribunale per dimostrare che la rimozione rispondeva a un’esigenza bipartisan e non della maggioranza. Ora che la testa è caduta, un po’ di classe compagni: non prendetela a calci, come farebbe Donald Trump. Lasciate casomai che siano i magistrati a farlo, qualora l’inchiesta su Lavitola e i suoi affari prendesse strade inimmaginabili.

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