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Luigi Di Maio, l'esultanza che fa infuriare Matteo Salvini: questo piano è targato M5s

di Davide Locanodomenica 27 maggio 2018
2' di lettura

«Sono orgoglioso di aver portato al governo il nostro programma elettorale, ci sono i 5 Stelle, ci sono i nostri 20 punti». Luigi Di Maio è salito al Quirinale con una carta nascosta nella manica della camicia. È un jolly, con la sua faccia e il suo nome. Il capo politico dei 5 Stelle ci ha provato fino all’ultimo a trovare un corridoio che lo portasse a Palazzo Chigi, e a Mattarella non sarebbe neppure dispiaciuto. Non tanto per simpatia personale, ma per evitare un premier non politico, non eletto, una sorta di arbitro del patto giallo-verde vestito però da re travicello. Leggi anche: Di Maio, la frase con cui si tradisce: Mattarella può metterlo ko Il Presidente resta infatti ancora poco convinto sul nome di Giuseppe Conte, professore magari bravo ma che all’estero non conosce nessuno. Dare l’incarico al partito con più voti avrebbe avuto perlomeno un senso politico e istituzionale, solo che Salvini ha posto il veto. Non può accettare di fare il secondo a Di Maio. Non è nel contratto e sbilancia l’accordo politico. È così che tutto il pacchetto di governo non realizza le ambizioni del capo grillino e non soddisfa Mattarella. Video: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev A questo punto la strategia di Di Maio è quella di dare al premier tecnico una maschera da politico. «Giuseppe Conte - dice in conferenza stampa dopo aver lasciato Mattarella - sarà un premier politico di un governo politico, indicato da due forze politiche, con figure politiche al proprio interno. E soprattutto con il sostegno di due forze politiche votate». Politico, politico, politico: una parola ripetuta come un mantra. E poi a chi parla di premier non eletto, risponde: «Conte era nella mia squadra e lo hanno votato 11 milioni di persone». L’altro ritornello riguarda la svolta storica. Questo governo è - per Di Maio - l’inizio di una nuova era: «Credo che possiamo dire di essere in un momento storico». Il problema è che un capo di governo che viene presentato come garante di un contratto sarà pure una novità, ma da molti, in Italia e all’estero, viene vista soprattutto come un’anomalia. Lo stesso Mattarella ha ricordato l’importanza cruciale che la Costituzione assegna al presidente del Consiglio con l’articolo 95. Non è un ruolo da notaio o da arbitro. L’ultima parola insomma spetta al Colle. Tanto è vero che Luigino si preoccupa di dire: «Noi il nome lo abbiamo fatto. Ora spetta al presidente Mattarella decidere». Il punto della giornata è qui. Palla al Quirinale. di Giulia Sbarbati