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Covid, Giuseppe Conte non risponde e il Pd tace: due pesantissimi sospetti

di Pietro Senaldilunedì 29 giugno 2026
Covid, Giuseppe Conte non risponde e il Pd tace: due pesantissimi sospetti

4' di lettura

Giuseppe Conte prova a coprire le inquietanti ombre sull’operato del suo governo in tempo di pandemia, che stanno emergendo dai lavori della Commissione parlamentare sul Covid, sostenendo che è tutto dovuto alla lun ga campagna elettorale, già iniziata, che ci porterà alle Politiche l’anno prossimo. L’ex premier prova a raffreddare il clima che si surriscalda, allontanare i sospetti, dribblare la pressante richiesta di rendersi disponibile a essere audito durante i lavori, fingendo che sia tutto un polverone alzato da Fratelli d’Italia, «con la regia di Palazzo Chigi», in vista del voto. In realtà il pressing della maggioranza pare dovuto all’urgenza di dover chiudere i lavori della Commissione entro la legislatura. Certamente, però, l’avvicinarsi delle urne condiziona l’alleato principale di M5S nel campo largo. Già, perché il Pd si sta ben guardando dall’intervenire in sostegno del leader grillino, sempre più nervoso e scomposto a causa dell’inchiesta parlamentare e dei resoconti giornalistici. Idem infatti nulla hanno fatto, al netto di una firma “d’ordinanza” in calce al comunicato con cui i Cinque Stelle, venerdì scorso, hanno attaccato i presidenti delle Camere, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, rei di essersi detti disponibili a dare impulso alla Giunta dei Regolamenti per consentire all’avvocato grillino di deporre. Come tutte le azioni- e le omissioni- dei progressisti, anche questo comportamento non è casuale.

Ci sono due spiegazioni a riguardo. La prima è tattica. I dem di fatto, benché all’epoca al governo con Giuseppi, sono riusciti a passare indenni dai disastri dell’esecutivo giallorosso del Covid. Non sono stati coinvolti dalle baracconate tipo i banchi a rotelle, che hanno travolto la ministra Lucia Azzolina, né da flop come l’app Immuni e le Primule, imputati alla struttura commissariale; e in fondo sono riusciti a schivare anche le accuse dei disastri del superbonus, visto che l’allora responsabile dell’Economia, Roberto Gualtieri, per far dimenticare la sua difficile esperienza, ha trovato rifugio nel ruolo di sindaco di Roma.

L’egocentrismo arrivista del leader grillino, che si è messo davanti a tutti, li ha tutelati. Per di più, il ministro dalle sembianze di becchino, Roberto Speranza, pure di natali dem, a quel tempo era fuoriuscito a sinistra, direzione “Articolo 1”, e anche Matteo Renzi, il responsabile del Conte bis, ha lasciato il partito subito dopo il delitto. A rappresentare i dem, di fatto, c’erano solo l’allora segretario Nicola Zingaretti e il ministro Francesco Boccia. Il primo si è subito messo fuori gioco da solo, venendo a Milano al grido di «abbraccia un cinese», a fare l’aperitivo con il sindaco Beppe Sala, in polemica con il governatore leghista Attilio Fontana, accusato dalla sinistra di razzismo perché voleva chiudere i voli da Pechino. Il secondo passerebbe inosservato anche se fosse da solo su un palco. Fu sempre Renzi, poi, a disattivare Conte e tramare per insediare a Palazzo Chigi Mario Draghi, mentre i dem si preoccuparono solo di conservare spiragli di potere anche sotto la gestione del banchiere, rimanendo di fatto ai margini del polverone. Ed è proprio per rimanerci che Elly Schlein oggi ha interesse a fare finta che non esista una Commissione sul Covid, la cui gestione resta comunque argomento divisivo e incarna una ferita aperta nel Paese, come se il virus circolasse ancora. La seconda spiegazione è strategica, e passa anche per il faccia a faccia che Giuseppi ha avuto giorni fa con Domenico Arcuri, il fu commissario straordinario alla pandemia, già indagato ma poi prosciolto perché le accuse non costituivano più reato.

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Il manager ha fatto una lunga carriera pubblica all’ombra del Pd, il partito specializzato nello scaricare i bidoni che promuove non appena questi cominciano a odorare male, e contro cui di fatto Schlein si è presentata alle primarie. Sei dem si attivassero in difesa dell’alleato Conte, otterrebbero un triplice effetto negativo. Il primo è che rischierebbero che qualcuno ricordasse loro le effettive responsabilità che ebbero sugli errori nel Covid, che al momento nessuno rinfaccia loro, anche grazie a una stampa amica che è spesso riuscita nell’impresa di disinformazione di far sembrare il centrodestra all’opposizione come la parte che sbagliava sulla pandemia. Il secondo è che correrebbero in soccorso di un alleato il cui calvario mediatico sull’argomento deve ancora iniziare e sarà irto di difficoltà, cosa di cui il Pd ha piena consapevolezza, essendo stato al governo con lui nei momenti critici e degli errori. Il terzo è che perfino Schlein sa bene che non riceverebbe alcuna gratitudine da Conte, se intervenisse in suo soccorso: il leader grillino è un politico a sangue freddo, cinico e spietato, soprattutto nelle guerre interne, come dimostra la sua storia. E allora questa rogna Giuseppi dovrà proprio smazzarsela da solo. Stavolta però sarà diverso da quando, durante la pandemia, lui ci metteva la faccia per prendere i meriti, ma scaricava ad altri decisioni e responsabilità.

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