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Covid, Giuseppe Conte inchiodato dalle carte: finti controlli alle dogane

di Simone Di Meomercoledì 8 luglio 2026
Covid, Giuseppe Conte inchiodato dalle carte: finti controlli alle dogane

4' di lettura

Per Giuseppe Conte quel controllo dimostrerebbe addirittura che, durante il suo governo, le verifiche sulle mascherine furono rafforzate. Basta però aprire il verbale che introduce la procedura dell’ictu oculi, richiamata dall’ex premier, perché la sua difesa inizi a scricchiolare fino a collassare del tutto. Non servono interpretazioni, d’altronde. Bastano una data e il significato di due parole latine. È tutto scritto nel documento incriminato, numero 7789/RI, che spunta dagli archivi delle Dogane. È il 25 marzo 2020. Sono le 5 del pomeriggio. L’Italia è travolta dalla pandemia, gli ospedali chiedono disperatamente dispositivi di protezione e ogni giorno si contano centinaia di vittime. In quella riunione in videoconferenza, presieduta dall’allora direttore dell’Agenzia delle Dogane Marcello Minenna, viene stabilito che le merci destinate all’emergenza Covid saranno «svincolate il più velocemente possibile fermo restando il controllo ictu oculi».

Sembra una formula rassicurante, e anche Conte prova a venderla così a Quarta Repubblica e nelle interviste di questi ultimi giorni. In realtà, quella formula descrive un controllo ridotto all’essenziale. Ictu oculi significa «a colpo d’occhio». Un’occhiata agli imballaggi, ai documenti che accompagnano la spedizione, alle banche dati, a qualche fotografia. Poi il via libera. Nessun campione da prelevare. Nessuna prova di laboratorio. Nessuna verifica tecnica sulla capacità filtrante delle mascherine. È una sorta di “liberi tutti” travestito da rigore amministrativo. Un pericolosissimo “liberi tutti” perché, da quei varchi, non passano prodotti qualsiasi. Arrivano milioni di FFP2 e KN95, dispositivi di protezione individuale di terza categoria acquistati per proteggere da rischi in grado di «causare conseguenze molto gravi quali morte o danni alla salute irreversibili». Dunque, materiale altamente specialistico. Ma ora veniamo al punto che Conte richiama nelle sue arringhe: per sapere se una FFP2 funziona davvero, servono test secondo la norma EN 149. Punto. Nessun funzionario doganale può stabilirlo guardando semplicemente una scatola. Nessun occhio, per quanto esperto, vede la capacità filtrante di un tessuto. È come pretendere di certificare il funzionamento di un airbag senza farlo esplodere. O controllare un paracadute senza aprirlo. L’esito può essere solo uno: fare una brutta fine.

E infatti, proprio in quelle settimane, dalla Cina arrivano le gigantesche forniture acquistate dalla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri. Operazioni per oltre 1,25 miliardi di euro concluse in piena emergenza con intermediari improvvisati, società appena nate e operatori fino a quel momento estranei al mercato dei dispositivi sanitari. Merce di pessima qualità fatta passare con l’occhiata di Stato. E questi per Conte sarebbero i famosi controlli rafforzati? E non è tutto: molte spedizioni provenienti dall’estero e, in particolare, dalla Cina sono accompagnate da certificati rilasciati da organismi che nel registro europeo “Nando” non risultano autorizzati a certificare i Dpi. Anche per questi basta una occhiata? Ovviamente, no. Non solo: su numerosi imballaggi compare un marchio CE senza le quattro cifre dell’organismo ufficiale, proprio quelle che la normativa europea considera obbligatorie sui dispositivi di terza categoria. E qui la storia già di per sé drammatica assume i contorni della tragicommedia. Perché quelle quattro cifre erano l’unica cosa che effettivamente il famoso ictu oculi poteva davvero verificare. Non richiedevano strumenti. Non servivano laboratori. Erano stampate sulla confezione. Si vedevano a occhio nudo. Erano lì.

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Bastava solo il buonsenso. Se mancavano, c’era un’anomalia evidente. Un marchio CE privo del numero dell’organismo notificato non è un dettaglio che passa inosservato. È un segnale che avrebbe dovuto accendere immediatamente un campanello d’allarme. Invece, son state messe in circolazione mascherine col codice CE contraffatto, e nessuno ancor oggi ha chiesto scusa. Verrebbe da dire che l’ictu oculi ha chiuso un... occhio. Anzi, tutti e due. Toc, toc: avvocato Conte, ha qualcosa da dire? Sarebbe interessante capire quante spedizioni vennero fermate ai varchi doganali per questa irregolarità. Quante contestazioni furono elevate mentre transitavano centinaia di milioni di mascherine che, mesi dopo, sarebbero finite sotto sequestro da parte dei Nas e della Guardia di Finanza? Quante segnalazioni partirono davvero da quei controlli che oggi vengono indicati come una garanzia? Sono interrogativi che attendono ancora risposte documentate e che chiamano direttamente in causa Marcello Minenna, Domenico Arcuri e Giuseppe Conte. Chiariranno mai? Alla fine il prezzo di quella scelta non è rimasto chiuso nei fascicoli giudiziari. Lo hanno pagato medici e infermieri, chiamati a lavorare con dispositivi che in numerosi casi si sono rivelati inadeguati. Lo hanno pagato i contribuenti, con miliardi spesi per forniture finite sotto sequestro, contestate o al centro di contenziosi milionari. E lo hanno pagato le aziende che avevano investito in certificazioni regolari e si sono ritrovate scavalcate da operatori che seguivano altre strade. Irregolari. Ma Conte dice che è tutto a posto. E Conte, come recita Marc’Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare, è uomo d’onore.

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