I 5Stelle dell’«onestà» e della «trasparenza» s’indignano perché un giornale, Il Tempo, ha pubblicato gli stipendi dei giornalisti di una trasmissione d’inchiesta in onda sulla Rai, dunque pagata dai cittadini. Il collega Dario Martini ha riportato i compensi di Report al lordo e comprensivi delle spese di produzione dei servizi – semmai andrebbero contestati eventuali errori, ma non è la ragione dell’ennesima chiassata – e il Movimento dichiara che «il vero obiettivo è screditare la trasmissione e il suo conduttore», i quali invero non hanno bisogno d’aiuto. Nella nota attribuita genericamente agli “esponenti M5S in commissione Vigilanza Rai” leggiamo poi che il programma di Ranucci era «troppo scomodo per il potere del mondo di Giorgia», alla quale è stata dedicata quasi un’intera puntata – sai la novità, direte – per un selfie chiesto sette anni prima da un tale che poi s’è scoperto, di certo per caso, che non era uno stinco di santo. Un’altra tragicomica puntata del genere e Fdi lo avrebbero votato pure i reduci di Rifondazione Comunista.
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Attenzione, irrompe l’ex presidente della Vigilanza Rai, la contiana Barbara Floridia: «È chiaro l’intento diffamatorio portato avanti dai giornali di Angelucci con l’obiettivo di screditare una delle trasmissioni più importanti del servizio pubblico e puntare alla rimozione del suo conduttore», ma ripetiamo che il capo segugio investigativo e i suoi fedelissimi hanno fatto tutto da soli. Niente, Floridia non demorde: «Da oggi i margini di ricomposizione della commissione sono praticamente inesistenti». Gli italiani, in effetti – noi compresi – sono andati subito nel panico. Ma ci siamo ripresi tutti, sbellicandoci, quando abbiamo ripensato alle decine di volte che gli allora grillini e oggi contiani – come si cambia per non perdere i 100mila euro all’anno – hanno denunciato i compensi di dirigenti e giornalisti Rai. Forse, ma potremmo sbagliarci, a parti inverse i 5Stelle avrebbero chiesto trasparenza anche sulle telefonate del deputato Dario Carotenuto con Ranucci: del tutto legittime, ovviamente, ma per gli standard pentastellati non ha mai fatto differenza.
È il turno di Angelo Bonelli: «Siamo di fronte a una gestione indegna del servizio pubblico e a un’operazione politica pianificata a tavolino dalla destra per delegittimare e chiudere una delle poche trasmissioni di giornalismo investigativo rimaste in Italia». Il portavoce dei Verdi prosegue: «L’azienda apra immediatamente un audit per accertare chi conosceva quei dati, chi li ha sottratti e consegnati all’esterno. Oppure gli audit in Rai servono solo per intimidire e colpire i giornalisti sgraditi al governo? È inoltre falso», conclude il co-scopritore di Soumahoro, «presentare come stipendi le somme che comprendono le spese sostenute dagli inviati per mesi di lavoro, trasferte, riprese e montaggio», ma sul Tempo quest’aspetto era più chiaro del curriculum di Ilaria Salis.
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Il senatore forzista Maurizio Gasparri, componente della Vigilanza Rai, ha gioco facile: «È il festival dell’ipocrisia. L’intera sinistra si straccia le vesti per la pubblicazione degli stipendi dei collaboratori del programma d’inchiesta condotto da Ranucci, che da sempre allegramente vìola segreti e intimità in nome del diritto di cronaca ed è arrivato a trasmettere conversazioni tra marito e moglie al telefono. Sul sito Rai», sottolinea Gasparri, «si trovano gli stipendi di tutti i dirigenti, e non si capisce per quale ragione ci si debba scandalizzare per la pubblicità dei compensi che il servizio pubblico riconosce agli inviati di punta del suo programma d’inchiesta».
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