L’autunno per Elly Schlein, che oggi chiuderà la festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, sarà un tempo di grandi decisioni. Oltre a quelle già note e non più rinviabili - primarie, programma, perimetro dell’alleanza - se n’è aggiunta un’altra che non si annuncia semplice.
Fra sei mesi, il 12 marzo 2027, termina il suo mandato da segretaria. Come recita l’articolo 8 dello statuto del Pd, infatti, la carica del segretario nazionale dura 4 anni. Nello stesso articolo si legge che «il presidente dell’Assemblea nazionale indice l’elezione dell’Assemblea e del segretario nazionale sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario in carica». Ieri, quindi, Stefano Bonaccini, presidente dell’assemblea, avrebbe dovuto dare il via al congresso.
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Nel giro di pochi giorni Stefano Bonaccini è passato dagli insulti, più o meno volontari, agli elettori di...Oggi siamo già in un territorio non contemplato dallo statuto. Il problema è che, con le elezioni politiche da tenere il prossimo anno e le primarie di coalizione quasi certamente da fare, nessuno, né nella maggioranza, né nella minoranza dem, ha voglia di aggiungere una terza competizione, il congresso, percorso che nel Pd non dura meno di tre mesi, prevedendo la fase degli iscritti e degli elettori. Tutti d’accordo, dunque, a rinviare il congresso. Ma - altro problema - di quanto? Se si vota in primavera, come probabile, avrebbe senso prorogarlo di un anno. Ma se le elezioni sono a scadenza naturale, cioè a settembre 2027, bisognerebbe andare oltre un anno. E diventa complicato giustificare una proroga così lunga. A quel punto, dice qualcuno, sarebbe ragionevole iniziare il congresso a maggio o giugno. Cosa che non dispiacerebbe nemmeno all’inner circle di Schlein, perché in questo modo si blinderebbe la segretaria per altri 4 anni. Ma c’è una controindicazione: un congresso in primavera-estate darebbe il tempo a uno sfidante di presentarsi, magari anche una neo-iscritta (come fece Schlein al congresso in cui vinse). Uniamo i puntini: Silvia Salis.
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Caos nel campo largo, dove gli umori non sarebbero dei migliori. Giuseppe Conte, che viene descritto furibondo da chi ne...C’è poi un secondo problema, questa volta statutario. Nella storia del Pd non ci sono precedenti di proroga del mandato, visto che è la prima volta che un segretario arriva a scadenza naturale. Circostanza, va detto, per cui un partito normale porterebbe quel segretario in trionfo. Nel Pd, invece, si moltiplicano da mesi le trame per costringere Schlein a non fare quello che, peraltro, lo statuto prevede: il candidato premier. E non solo perché qualcuno la considera meno “competitiva” di Conte. Ci sono anche motivazioni che hanno a che fare con le tante ambizioni dei singoli: un ragionamento che si sente fare, per esempio, è che «se il premier lo fa Conte, il Pd avrà diritto a più ministri». Così come «se il M5S si prende Palazzo Chigi, a noi (Pd, ndr) spetta il Quirinale».
CALENDARIO E DIREZIONE
Tornando al nodo congressuale, chi se ne sta occupando ha scovato l’articolo 55.3.5 dello Statuto, una disposizione transitoria nella quale si prevede che, «qualora eccezionali circostanze lo richiedano, ovvero in considerazione delle date in cui si terranno le elezioni regionali, la direzione nazionale può stabilire modificazioni del calendario congressuale». Dunque, dicono alcuni, basta convocare la direzione. Ma non la pensano così altri, secondo cui si tratta di una norma transitoria legata al congresso 2023, quindi non è una regola generale. Altri ancora citano l’articolo 5, comma 7, in cui si dice che, in caso di «dimissioni o cessazione del mandato per scadenza naturale», il segretario continua a svolgere alcune funzioni, come «l’utilizzo del simbolo ai soli fini dello svolgimento di tutte le attività necessarie alla presentazione delle liste nelle tornate elettorali...». Non si tratta, però, di una vera proroga. Morale, a detta dei più la via più lineare è di modificare lo statuto, prevedendo e dettagliando una circostanza - la proroga che ora non c’è. Questo, però, può farlo solo l’assemblea nazionale (700 membri) e con un voto a maggioranza assoluta. E qui arriviamo al problema politico.
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Partito democratico in picchiata. A Omnibus, su La7, Livio Gigliuto dell'Istituto Piepoli presenta gli ultimi s...Le varie correnti (di minoranza, ma anche di maggioranza) è escluso che firmino cambiali in bianco. Soprattutto se la durata della proroga è lunga. Gli oggetti delle trattative, allora, saranno due. Primo: 37 attuali parlamentari hanno superato il limite dei tre mandati e dunque hanno bisogno, per ricandidarsi, di una deroga. A chi concederle, lo decide la segretaria. Ed è noto che Schlein, al prossimo giro, vorrebbe facce nuove e più in linea con lei. Poi ci sono le liste elettorali. Se passa l’attuale legge, gli unici tranquilli saranno i capilista, gli altri dovranno cercarsi le preferenze.
Come dividere i capilista tra le correnti dem sarà, quindi, un altro tema spinoso. C’è chi medita di sfidare Schlein con varie proposte. Perché, per esempio, non candidare una decina di big in più collegi (fino a 5 si può), così da far scattare più eletti con le preferenze, dal momento che poi il big eletto dovrà optare per un seggio, lasciandone liberi 4? L’altra idea è di proporre a chi ha già superato i tre mandati di candidarsi dove si prendono le preferenze. Ma, appunto, sono proposte che Schlein dovrà trattare con le correnti. In cambio della proroga.




