La sala la offre Maurizio Landini. L’appuntamento è oggi pomeriggio alla Camera del lavoro di Milano, nella sede della Cgil. Ci saranno rappresentanti di Pd, Cinque Stelle, Avs, +Europa e Italia Viva: l’intero campo largo. Con l’aggiunta di Rifondazione comunista, sempre più vicina al cartello elettorale di Elly Schlein e Giuseppe Conte. Accanto a loro, ex magistrati come Gherardo Colombo, Edmondo Bruti Liberati e Armando Spataro. Giornalisti come Gad Lerner e Massimo Giannini. Tre associazioni di sinistra: Demo, la fondazione culturale del Pd; Costituzione e democrazia, di Roberto Zaccaria; Articolo 21, creata da Giuseppe Giulietti. Oltre all’Anpi e all’Arci, con i rispettivi presidenti milanesi. E soprattutto ci saranno i giuristi, guidati dal professor Enrico Grosso, ordinario di diritto costituzionale, che ha presieduto il comitato “Giusto dire No” nella campagna per il referendum sulla giustizia. Con lui Maria Agostina Cabiddu e altri. Forte sensazione di déjà vu, insomma, confermata dal titolo militante dell’evento: «Dalla parte della Costituzione. Contro una legge elettorale che cambia gli equilibri costituzionali».
Il testo dello “Stabilicum” è ancora all’esame della Camera, ma chi vuole affossarlo è già al lavoro e punta tutto sulla Corte costituzionale. Il tema della tavola rotonda che chiuderà l’incontro di oggi, «Che fare?», è infatti pleonastico. Cosa fare lo sanno benissimo. Alcuni profili di incostituzionalità che contesteranno li ha elencati a luglio lo stesso Grosso, in audizione davanti al Senato. Uno riguarda il premio di maggioranza. «Se la coalizione classificatasi seconda ha ottenuto un numero di voti inferiore, ma molto vicino al numero di voti ottenuti dalla coalizione vincente», e questa supera il 42% dei voti e dunque ottiene il premio, «la distorsione della rappresentanza diventa abnorme». Inoltre l’obbligo di indicare il nome del candidato premier - la norma che dà più fastidio al campo largo - crea un «premierato di fatto» che non è previsto dalla Costituzione.
Altri costituzionalisti vicini alla sinistra, come Michele Ainis e Gaetano Azzariti, hanno presentato argomenti contro l’ultima versione del testo pochi giorni fa, in commissione a Montecitorio. Hanno criticato la norma sulle preferenze, perché solo i partiti maggiori riuscirebbero a eleggere candidati oltre i capilista. Hanno sostenuto che l’aumento del numero delle firme necessarie per la presentazione delle liste sarebbe accettabile solo se fosse ammessa la sottoscrizione online. Hanno evidenziato che l’alternanza di genere sui capilista è stata soppressa. Per questi e altri motivi, Azzariti ha definito la legge «ad alto rischio di incostituzionalità» e fatto una facile previsione: «L’ultima parola spetterà alla Corte costituzionale».
Gli argomenti, dunque, sono già pronti. E il metodo per farli valere è rodato. In Italia i cittadini non possono adire direttamente la Corte, ma possono presentare ricorso ai giudici civili ordinari, lamentando una lesione del proprio diritto di voto. La strategia di cui si discute oggi nella sede della Cgil prevede la presentazione in massa di questi ricorsi, seguendo lo schema che ha già prodotto le sentenze contro il “Porcellum” e l’“Italicum”. Se il giudice civile ritiene la questione rilevante e non manifestamente infondata (non sarà difficile trovare toghe che la pensano così), sospende il giudizio e rimette gli atti alla Consulta. A quel punto i comitati di cittadini che hanno promosso le cause originarie possono costituirsi nel giudizio davanti alla Corte, con gli stessi costituzionalisti come loro difensori. L’obiettivo è ottenere una pronuncia entro gennaio-febbraio, prima di eventuali elezioni anticipate. Difficile che la Consulta bocci l’intero testo, possibile che lo “corregga” rendendo inefficaci alcune delle norme principali.
Insomma, si ricomincia. Oggi questa strategia sarà definita insieme a Gianni Cuperlo e Alessandro Alfieri (Pd), Stefano Patuanelli (M5S), Peppe De Cristofaro (Avs), Riccardo Magi (+Europa), Ivan Scalfarotto (Iv) e Maurizio Acerbo (Rifondazione). La confederazione di Landini farà il resto nelle sue manifestazioni, a partire da quella del 17 ottobre a Roma, organizzata, ovviamente, «in difesa della Costituzione». È solo l’inizio.




