Ma sarà vero, come dice Repubblica, che le piazze della sinistra, degli antagonisti, dei seguaci di Youssef Siher si sono riappropriate del tricolore? A vedere i video e le immagini francamente non sembrerebbe. Qualche caso isolato c’è stato, ma è assai avventato precipitarsi a interpretarlo come un afflato di amore dei figli di immigrati per la nostra bandiera. L’immaginario conta, e nell’immaginario il simbolo scelto è quello della bandiera palestinese, che vuol dire non solo appoggiare la causa di un popolo oppresso ma anche l’opposizione a Trump e Israele, il disprezzo per l’Occidente “colonialista”, la distanza dalle destre mondiali. Insomma il vessillo contro il “fascismo apocalittico”. E di bandiere palestinesi, non a caso, ne abbiamo viste tante. Ma poi a guardar bene il tricolore in mano ai “compagni” non è mai stata un’istantanea identificativa.
L’ex sindaco missino di Crotone, Pasquale Senatore, ormai passato a miglior vita, mi raccontava che lui faceva precedere ogni consiglio comunale dall’Inno di Mameli e immancabilmente i consiglieri di sinistra uscivano dall’aula. Era il 1993. Per non dire della polemica che si scatenò quando Francesco Storace da presidente della Regione Lazio ebbe l’idea (2002) di regalare alle scuole la bandiera italiana con un libricino che raccontava la storia del tricolore: ne nacque una furibonda polemica. Alcune scuole si rifiutarono di ritirare il “kit del patriota” e la faccenda finì nel dimenticatoio finché il ministro Valditara, con una circolare, non ha invitato i presidi a avere cura del tricolore esponendolo in tutti gli istituti.
APPELLI IGNORATI
Nel 2006, sotto il governo Prodi, alla parata del 2 giugno Fausto Bertinotti, all’epoca presidente della Camera si presentò con la spilletta arcobaleno, che prima di diventare il simbolo dei Pride era quello dei pacifisti e antimiliatristi. Una chiara presa di distanza, da parte di Bertinotti, rispetto alla volontà dell’allora presidente della Repubblica Ciampi, quello che onorò i combattenti di El Alamein, quello del “tricolore in ogni famiglia” per valorizzare ciò che ci unisce. Appello poco apprezzato dalle sinistre che dividono il campo politico tra i migliori (loro) e i peggiori (quelli di destra) e che si tengono ben stretti i loro simboli. In quello del Pci la falce e martello sovrastava il tricolore, in quello del Pds c’era una quercia con alla base sempre la falce e martello, in quello dei Democratici di sinistra il tricolore non c’è proprio, in quello attuale del Pd ci sono i tre colori ma non la bandiera. Allergia, distrazione o retaggio ideologico ben preciso? Si dirà che anche nel simbolo leghista non appare il tricolore ma è indubbio che Matteo Salvini abbia dato al suo partito un’impronta nazionalsovranista abbandonando l’ampolla del Po per abbracciare il tricolore.
SCETTICISMO BORGHESE
È rimasta intatta invece a sinistra l’avversione a tutto ciò che con la nazione ha a che fare: addirittura Massimo Giannini ha rimproverato a Giorgia Meloni l’uso del termine “nazione” al posto di “Repubblica” che celerebbe a suo dire un’estraneità alla Costituzione. Verrebbe da rispondergli con l’articolo di Leo Longanesi (sul Borghese, nell’anno 1954) che rintuzzava lo scetticismo borghese sulla patria osservando che anche i ceti popolari, persino quelli che guardavano al comunismo, “sono pur sempre patrioti, sono pur sempre nazionalisti, perché grazie a Dio l’Italia non è un’idea, non è un’invenzione delle classi ricche, la Patria è ancora il mito più forte delle classi popolari, il nazionalismo, il tanto biasimato nazionalismo, è la forza dei nullatenenti”. Gli stessi insomma che nel 1982 riempirono di tricolori le piazze per la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Un ciclo che si chiude con la disperata e bellissima canzone di Franco Battiato (1991), Povera Patria, nelle cui strofe si rilevano gli echi delle vignette di Forattini dove l’Italia turrita è oggetto di vessazioni da parte dei leader politici. Un armamentario iconico ben distante dalle bandiere della Palestina che abbiamo visto sventolare nei cortei studenteschi dove il tricolore è solo una nota stonata, una intrusione, visto che a capo dei giovani nel Pd abbiamo una ragazza che urla al microfono di voler organizzare i “disertori”.
Tra gli applausi.




