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La sinistra lo dice: Youssef faccia da pirla

di Pietro Senaldidomenica 1 novembre 2026
La sinistra lo dice: Youssef faccia da pirla

3' di lettura

Ci pensa don Vincenzo De Luca a prendere per i capelli il Campo largo e salvarlo dal ridicolo nel quale troppi suoi esponenti l’avevano trascinato, facendo passare l’estremista islamico Youssef Siher da aspirante rivoluzionario che vuole, come ha detto lui stesso, «disarticolare l’Occidente» a innocente, bullizzato e abusato dal nostro Stato. Siamo passati dal mito di Che Guevara a «questa testa di sedano dietro una faccia da pirla con due baffetti da topo appesi al nulla, macilento, denutrito e deperito», dice sconsolato l’ex governatore dem della Campania, padre di un onorevole Pd attuale coordinatore regionale del partito, confessando pubblicamente la propria delusione. Nel più benevolo dei casi, quello inscenato dal mammasantissima salernitano è body shaming, umiliazione di una persona attraverso la derisione del suo aspetto.

Se le medesime parole le avessero pronunciate Andrea Delmastro o Matteo Salvini, o perfino il mite Antonio Tajani, l’universo progressista si sarebbe scatenato in un’infinita serie di stigmatizzazioni indignate.
Aperture di giornali, processi pubblici, accuse di razzismo, di odio anti-islamico, di cafonaggine, di diffamazione, di filo-sionismo.

COSCIENZA CRITICA
Le dice invece il sindaco di Salerno e tutti fanno finta di niente. Come tutti hanno dissimulato di non avere colto l’altro concetto espresso dal Grillo Parlante dello schieramento progressista: «Cari garantisti, care mammine di Bologna», voi scesi in piazza con i figli rivoluzionari per assicurarsi che i poliziotti non facessero male ai loro bimbi, «cosa dovrebbe fare un agente aggredito con le spranghe, lanciare petali di rosa verso chi lo assale?». De Luca è la coscienza critica della sinistra nostrana, probabilmente è anche uno dei pochi rimasti a conoscere a memoria in spagnolo la canzone Hasta Siempre, scritta nel 1965 in onore del Che per la sua morte; e infatti la declama in faccia alla nuova classe dirigente dem, che l’ex governatore disprezza almeno quanto Siher. Quando parla di «un’Italia diventata ormai un cabaret, di tempi cambiati, di mezze pippe che hanno preso il posto dei rivoluzionari e di messaggi idioti diffusi», l’attuale sindaco di ritorno di Salerno parla certo di Youssef, ma è difficile non immaginare che accomuni nel suo giudizio buona parte dei suoi attuali compagni di partito, che forse tacciono proprio perché si vedono fotografati da quelle parole. A un comunista come era don Vincenzo, cupo e di apparato, prima di salire anche lui sul palco del gran cabaret, le proteste di questi giorni, consumiste, scomposte, violente, infiltrate, con genitori e prof al seguito, eppure esaltate dall’opposizione come unica strategia elettorale, devono fare orrore.

PARAGONI ARDITI
Ilaria Salis che passa dal parrucchiere a farsi la messa in piega prima di riprendersi mentre blocca la tangenziale «per riprendersi in mano il futuro», sottraendo il presente a chi deve spostarsi per lavorare, studiare, badare ai propri cari. Youssef che, prima di «scrivere una serie di bestialità intollerabili e irresponsabili», paragona Mara Venier al criminale nazista Adolf Eichmann, perché si è giustificata di aver letto a Domenica In una nota di condanna delle strage di ebrei del 7 ottobre a opera di Hamas in quanto, le era stato chiesto dai vertici Rai. L’aspirante giovane sindaco dem di Milano, Lorenzo Pacini, che in tv minimizza le vetrine distrutte dai manifestanti, spiegando che sono un’occasione per i poveri vetrai per guadagnare qualcosa. Elly Schlein, Angelo Bonelli e compagni che condannano le violenze ma mandano assolti i violenti che le compiono perché portatori di un disagio che va ascoltato. I rivoluzionari in calzoni corti scortati in manifestazione dalle mamme in tailleur. Non fosse uomo d’orgoglio e non tenesse famiglia, De Luca non si limiterebbe a puntare l’indice sulle pecche di un campo così cambiato da non essere più il suo. Saluterebbe la compagnia e passerebbe con «quella stronza della Meloni», come ebbe a definirla, salvo poi pentirsene. Di aver dato del «faccia da pirla» a Sihar invece, l’ex governatore certo non si rammaricherà mai. Né qualcuno dalle suo parti lo farà pentire o pretenderà una rettifica. È un pirla liberatorio, che riscatta tutta la sinistra e i suoi elettori, pur insultandone una buona parte.

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