Una breve esposizione a una dieta ricca di grassi, se coincide con l’inizio di un processo infiammatorio, può aggravare la malattia e predisporre i tessuti a risposte infiammatorie più intense anche dopo il ritorno a un’alimentazione più equilibrata. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature, che individua un possibile collegamento tra alimentazione, cellule immunitarie e recidive dell’infiammazione. Il rapporto tra alimentazione e infiammazione è da tempo oggetto di ricerca. L’obesità, soprattutto quando associata a un’alimentazione ricca di grassi e ad altri fattori metabolici sfavorevoli, è correlata a numerose alterazioni del sistema immunitario. Rimaneva tuttavia una domanda fondamentale: per modificare profondamente la risposta infiammatoria è necessario seguire a lungo una dieta obesogena oppure può essere sufficiente un cambiamento alimentare di breve durata, se avviene in un momento particolarmente delicato?
A questa domanda risponde lo studio Diet at disease onset determines tissue inflammatory memory, pubblicato sulla rivista scientifica Nature. I ricercatori hanno osservato che, nei topi, una dieta ricca di grassi (high-fat diet, HFD) può amplificare l’infiammazione cutanea anche senza che si sia sviluppata un’obesità cronica. L’aspetto più interessante è il ruolo del tempo: l’effetto risulta particolarmente marcato quando l’esposizione alimentare coincide con l’inizio della malattia, in una finestra temporale ristretta di circa quattro giorni. Al contrario, quando il cambiamento dietetico avviene al di fuori di questa finestra, l’amplificazione dell’infiammazione non si manifesta nello stesso modo. Nei topi già obesi, inoltre, il passaggio a una dieta povera di grassi durante il periodo critico attenua l’aggravamento della risposta infiammatoria, nonostante il peso corporeo rimanga elevato. Questi risultati suggeriscono che, almeno nel modello sperimentale studiato, la gravità della risposta immunitaria non dipenda esclusivamente dalla massa grassa accumulata, ma anche dallo stato nutrizionale nel momento in cui l’infiammazione prende avvio.
I ricercatori hanno individuato un ruolo centrale nei neutrofili, cellule del sistema immunitario innato che intervengono rapidamente durante le risposte infiammatorie. Dopo una breve esposizione alla dieta ricca di grassi, il numero di neutrofili presenti nella cute aumenta. Quando il tessuto viene sottoposto a uno stimolo infiammatorio, queste cellule mostrano una maggiore espressione di geni associati all’infiammazione, tra cui Nlrp3 e Il1b. Il gene Nlrp3 codifica una componente dell’inflammasoma NLRP3, un complesso molecolare capace di attivare processi infiammatori. Tra le sue conseguenze vi è la maturazione e il rilascio dell’interleuchina-1β (IL-1β), una citochina che contribuisce a coordinare la risposta immunitaria.
Nello studio, la deplezione dei neutrofili, la mancanza genetica di NLRP3 e l’inibizione farmacologica di questo complesso hanno ridotto l’amplificazione dell’infiammazione associata alla dieta ricca di grassi. Queste osservazioni sostengono l’esistenza di un asse funzionale neutrofili–NLRP3–IL-1β, attraverso il quale il contesto alimentare può influenzare l’intensità della risposta immunitaria. L’effetto della dieta non si limita all’immunità innata. Lo studio evidenzia anche il coinvolgimento dei linfociti T helper di tipo 17, o cellule Th17, una popolazione di linfociti CD4+ che contribuisce alla difesa contro alcuni microrganismi, ma che può partecipare anche a processi infiammatori patologici.




