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Il cervello umano riscrive continuamente se stesso

di Paola Natalilunedì 25 maggio 2026
Il cervello umano riscrive continuamente se stesso

2' di lettura

Per anni i neuroscienziati hanno immaginato il cervello come una macchina estremamente precisa: a ogni pensiero, ricordo o movimento corrispondeva uno schema ordinato di neuroni che si accendevano sempre nello stesso modo. Ma una nuova analisi pubblicata su Nature sta mettendo in discussione questa idea. Secondo i ricercatori, il cosiddetto “codice neurale”,  il linguaggio con cui i neuroni comunicano tra loro,  sarebbe molto più instabile e mutevole del previsto. In pratica, il cervello non userebbe schemi fissi e ripetibili, ma modelli in continuo cambiamento. La scoperta ha spiazzato molti neuroscienziati. Finora si pensava che, quando il cervello compie un’azione o richiama un ricordo, alcuni gruppi di neuroni si attivassero seguendo schemi relativamente stabili. Invece gli studi più recenti mostrano che gli stessi compiti possono essere eseguiti con combinazioni neuronali diverse anche a distanza di poco tempo.

Gli studiosi sono arrivati a questa conclusione grazie a nuove tecnologie che permettono di registrare simultaneamente l’attività di migliaia di neuroni. Quello che hanno osservato è stato sorprendente: i segnali elettrici non seguono percorsi rigidi, ma sembrano fluttuare continuamente, pur mantenendo comportamenti coerenti. In altre parole, il cervello continua a funzionare anche se le reti neuronali cambiano costantemente. Per descrivere questo fenomeno, alcuni ricercatori parlano di “drift neurale”, cioè una deriva continua delle rappresentazioni cerebrali. Un ricordo, un movimento o persino un’emozione non sarebbero quindi conservati in un gruppo fisso di neuroni, ma distribuiti in reti dinamiche che si riorganizzano nel tempo.

La domanda che ora divide gli esperti è enorme: se il codice cambia continuamente, come fa il cervello a mantenere memoria, identità e stabilità mentale? Una delle ipotesi è che il cervello non lavori come un computer tradizionale, basato su istruzioni rigide, ma come un sistema estremamente flessibile e adattivo. Ciò che conta non sarebbe il singolo neurone, ma l’equilibrio generale della rete. Anche se alcune connessioni cambiano, il sistema nel complesso continua a funzionare. Questa flessibilità potrebbe essere uno dei segreti dell’intelligenza umana. Un cervello troppo rigido rischierebbe infatti di essere meno capace di adattarsi, imparare e recuperare dopo danni o traumi. La scoperta potrebbe avere conseguenze importanti anche per l’intelligenza artificiale. Oggi molti sistemi AI funzionano con schemi relativamente stabili, mentre il cervello umano sembra usare una logica molto più fluida. Comprendere questo meccanismo potrebbe aiutare gli scienziati a sviluppare macchine più adattive e resilienti.  Ci sono poi possibili implicazioni mediche. Se il cervello cambia continuamente il proprio codice, alcune malattie neurologiche potrebbero derivare proprio da un’alterazione di questa capacità di riorganizzazione. Disturbi come Alzheimer, depressione o schizofrenia potrebbero essere collegati non solo alla perdita di neuroni, ma anche a problemi nella plasticità delle reti cerebrali. Gli stessi autori sottolineano che siamo soltanto all’inizio. Più la neuroscienza riesce a osservare il cervello in dettaglio, più emerge un sistema meno ordinato e molto più dinamico di quanto immaginato in passato. Ed è forse proprio questo il dato più sorprendente: il cervello umano potrebbe funzionare non nonostante il caos, ma proprio grazie al caos.