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Giocatrici molestate abbandonate dalla Figc, ma gli arbitri si possono insultare

Alessandro Dell'Orto
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Se - trafelato e incazzato, sotto pressione e in clima agonistico - mandi affanculo l'arbitro, ti cacciano immediatamente e chissenefrega delle attenuanti. Se invece sei un allenatore di calcio femminile e insulti pesantemente le tue calciatrici, offendendole e discriminandole - arrivando pure al limite dello stalking -, ti becchi una leggera squalifica di facciata e tutto come se niente fosse, si torna alla normalità tra l'indifferenza delle istituzioni.

Strano ma vero? Eppure è così e il nostro football ancora una volta si distingue per poca equità. E troppo menefreghismo. Le due storie (quella di Insigne e delle calciatrici della Novese, serie B femminile all'epoca dei fatti) sono totalmente differenti, certo, ma se ci pensiamo bene raccontano con chiarezza quanto il mondo del pallone sia spesso superficiale e ingiusto. E soprattutto privo di buon senso. Rino Gattuso, tecnico del Napoli che ha perso 1-0 contro l'Inter, si è infuriato per il cartellino rosso che l'arbitro Massa ha sventolato in faccia a Insigne: «Solo in Italia gli arbitri ti buttano fuori perché li mandi a cagare per un rigore dubbio. E così cambiano le partite. Se urli "fuck off" in Inghilterra nessuno ti dice niente. A queste condizioni io avrei giocato una partita sì e una no». Come dire: i direttori di gara sono un po' troppo permalosetti e intoccabili.

 

La faccenda è delicata, ma Ringhio non ha tutti i torti. Nel senso che nessuno ha diritto di insultare i fischietti, ovvio, ma dovrebbe esserci un po' di criterio. Primo, perché ci sono vaffa e vaffa: dipende dal momento, dalla situazione e anche dal modo in cui ci si incazza. Secondo, perché è molto più grave (e umiliante per un direttore di gara) avere un calciatore che protesta urlando qualsiasi frase (pur senza parolacce) a cinque centimetri dalla faccia - e quasi sempre il confronto ravvicinato viene perdonato, soprattutto ai capitani dei grandi club -, piuttosto che beccarsi un semplice vaffa di stizza a due metri che solitamente si perderebbe nel caos e che invece, con lo stadio vuoto, rimbomba.

Sì, servono più equilibrio e sensibilità. Proprio quanto è mancato alla vicenda delle ragazze della Novese calcio. Le quali si sono ribellate al loro mister, Maurizio Fossati, poi sospeso solo per nove mesi dalla commissione disciplinare della Figc per i suoi atteggiamenti sessisti, discriminatori e omofobi (secondo le accuse avrebbe pronunciato frasi tipo «Sei grassa come un maiale», «Pensi solo a leccare la f...»). Come dire: le ragazze del calcio insultiamole pure, tanto poi non succede niente di grave. «Al di là della sentenza che noi tutti contestiamo e che è stata impugnata dalla Procura federale che chiedeva la radiazione anche per le accuse di stalking, molestie ed estorsione, resta una profonda amarezza - accusa Attilio Barbieri, genitore di una delle calciatrici coinvolte - anche per una campagna mediatica aggressiva che ha messo le ragazze sul banco degli imputati.

Ci aspettavamo una reazione forte da parte delle istituzioni sportive. Non è arrivata. E temo che non arriverà mai. Da qui l'amarezza e la delusione, il disinganno e la rabbia». A infastidire è soprattutto l'assenza dei vertici del calcio. «Non c'è stata alcuna presa di posizione pubblica tranne quella dell'associazione ChangeTheGame che è al nostro fianco. Colpisce il silenzio assordante della Federazione italiana giuoco calcio. Come quello dell'Associazione italiana calciatori. Non una parola sugli accadimenti che hanno travolto le ragazze della Novese Calcio Femminile. Come se si trattasse di una vicenda da dimenticare. Troppo imbarazzante per essere degna d'attenzione. Le donne nel calcio vengono celebrate alla bisogna, quando conviene, spesso in termini retorici e inaccettabili. Magari un giorno all'anno, in occasione di passerelle vuote e prive di significato, dove capita che sfilino gli stessi che le hanno vessate e umiliate. Nella vita di tutti i giorni, lontano dai riflettori, si preferisce dimenticare, glissare, minimizzare, girare la testa dall'altra parte. E tacere. Come stanno facendo le istituzioni del calcio e dello sport».

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