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Milan, perché Massimiliano Allegri è diventato un problema: scenari inquietanti

di Claudio Savellimartedì 12 maggio 2026
Milan, perché Massimiliano Allegri è diventato un problema: scenari inquietanti

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La crisi del Milan dovrebbe smascherare in via definitiva una serie di personaggi che gravitano dentro a questo club. Il primo è Gerry Cardinale che, secondo le cronache del giorno dopo il ko casalingo per 2-3 contro l’Atalanta, si dice insoddisfatto e arrabbiato: ecco, meglio tardi che mai. La sensazione, però, è che la rabbia dipenda esclusivamente dal rischio di non entrare in Champions e mancare, per il secondo anno consecutivo, i 50 milioncini garantiti dall’Uefa. Un proprietario lungimirante dovrebbe invece mettere in discussione il progetto a prescindere, a partire da sé stesso, dalle proprie scelte superficiali e pretenziose, come sbarazzarsi di Maldini, uomo di calcio e di Milan, per affidare tutto a Furlani, che non era né uomo di calcio né di Milan.

Il bluff di Furlani in realtà è stato smascherato dai tifosi rossoneri che lo invitano ad andarsene. Lui non ne vuole sapere e, anzi, rilancia: ieri ha convocato una riunione con tutto il management per trasmettere fiducia e compattezza, con l’invito a isolarsi proprio dalla contestazione che lo riguarda (con la decisione che la squadra andrà in ritiro da domani). Ma è il classico richiamo che risulta efficace solo se il leader che lo esercita viene riconosciuto come tale.

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E poi, Allegri. A cui questa proprietà e dirigenza hanno affidato un progetto tecnico di cui non si vede l’ombra. Partiamo dai risultati, visto che sono la promessa dell’ingaggio di Allegri: dal derby di ritorno vinto, ha racimolato 7 punti in 8 giornate, una media da retrocessione. In questo lasso di due mesi, il Milan è quartultimo. Solo Verona (2 punti), Pisa (3) e Lecce (5) hanno fatto peggio. Nell'intero girone di ritorno ha messo insieme 25 punti: i bistrattati Gattuso nel 2018/19, Pioli in tutte le stagioni dal 2019 al 2024 e perfino Conceiçao lo scorso anno, avevano fatto meglio. La crisi del girone di ritorno non è episodica ma sistemica, accade oggi al Milan esattamente come accadeva ieri alla Juventus. Vuol dire che c’è qualcosa sotto. O meglio, che sotto l’Allegri affabulatore non c’è nulla. Le idee di Allegri non sono nemmeno idee: sono la negazione delle stesse. Perché queste spingono il calcio all’evoluzione, mentre Max è convinto che sia sempre lo stesso gioco primordiale. Inevitabile che si arrivi al punto di non ritorno.

E questo Milan che, nel 2026, gioca come si faceva nel 2006, sembra esattamente quel punto. Ora, tra Juventus, Milan, Roma e Como, per ciò che mostra e per il non-progetto che rappresenta, il Diavolo è la squadra che meno merita la Champions. E pure se dovesse strappare il pass, non avrà costruito mezza base per il futuro. Un traguardo, quella della costruzione di una base solida, che Juventus, Roma e Como avranno raggiunto a prescindere dalla Champions, la cui quota sicura rimane 73 punti. Juventus e Milan sono quindi obbligate a vincere le ultime due. Potranno pareggiarne una solo se la Roma - che può arrivare a 73 ma ha gli scontri diretti a sfavore col Milan- non farà bottino pieno tra la Lazio e il Verona.

La Juventus ha due partite che emotivamente si preparano da sole: il “derby” con la Fiorentina e la stracittadina con il Torino. Il Milan ha davanti lo scenario opposto: due gare apparentemente scontate contro Genoa e Cagliari, avversarie senza più nulla da giocarsi. Ma, visto lo stato catatonico del Diavolo, diventa un’impresa anche solo pareggiare. Senza dimenticare che sulla panchina ligure c’è De Rossi che potrebbe fare un assist alla Roma, nel frattempo impegnata nel derby. Di sicuro ci sta facendo un pensierino. Il Como ha il calendario migliore ma due punti in meno e può arrivare al massimo a 71: deve battere Parma e Cremonese e sperare che almeno due delle tre davanti si fermino quasi totalmente. Difficile ma non impossibile, visto il terrore psicologico che attanaglia le favorite all’idea di restare fuori da questa benedetta Champions.

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