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Mondiali 2026, "sono fascisti": inizia la competizione e "Repubblica" delira

di Alessandro Gonzatogiovedì 11 giugno 2026
Mondiali 2026, "sono fascisti": inizia la competizione e "Repubblica" delira

3' di lettura

Quante boiate da sinistra contro «Il Mondiale di Trump», quello «delle destre», «dei suprematisti», a cominciare dal fatto che il torneo è organizzato anche da Paesi governati dalla sinistra, Messico e Canada, sedi di 26 partite. Ai «Mondiali più escludenti di sempre», come scrive Il Manifesto, partecipano nazionali che prima, quando di mezzo non c’era il razzista col ciuffo arancione, non avrebbero partecipato neanche al torneo parrocchiale, da cui comunque l’Italia sarebbe stata esclusa, eliminata agli spareggi dalla formazione delle perpetue.

A questi Mondiali “Usa e Rigetta” (La Stampa) allargati a 48 squadre- iniziano oggi- debuttano Capo Verde, Giordania, Uzbekistan e Curaçao, che ha un terzo degli abitanti della Basilicata, il 184esimo Pil nominale del pianeta. La Repubblica Democratica del Congo, nazione falcidiata da conflitti interni – ai «Mondiali escludenti» ci saranno pure Stati in guerra e diversissimi tra loro come Ucraina e Iran – la Repubblica Democratica del Congo dicevamo che giocherà due partite nel “Ku Klux State” di Trump, a Houston e Atlanta. E la stessa federazione calcistica africana, solo per essersi qualificata, ha ricevuto 12 milioni e mezzo di dollari. Soldi che al netto di usi poco ortodossi, che però possono riguardare ogni Paese, potrà reinvestire nelle infrastrutture sportive di una nazione in cui il reddito medio è inferiore ai 100 dollari al mese. Più le squadre avanzano e più guadagnano (la base di 12,5 milioni è uguale per tutte).

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I quotidiani progressisti strillano che i Mondiali saranno «troppo redditizi», che la Fifa e Donald ci faranno un sacco di quattrini, vero, e dunque era meglio non darli nemmeno alla martoriata Haiti. Ai Mondiali del razzismo ci sarà pure l’Iraq. In totale la competizione frutterà alla Fifa, la Federazione internazionale di calcio, almeno 6 miliardi di dollari, e nel prossimo quadriennio almeno 2,7 verranno redistribuiti tra le 211 federazioni affiliate. La Stampa lamenta due episodi: il primo ha coinvolto un giocatore dell’Iraq, Aymen Hussein che all’arrivo, prima di avere il timbro sul visto, è stato interrogato dagli agenti dell’immigrazione, prassi che avveniva pure coi democratici Biden e Obama, soprattutto se con un cognome così si presenta non il calciatore dal volto più famoso del mondo ma l’attaccante dell’Al-Karma.

C’è poi l’arbitro somalo Artan, il cui sogno era di arbitrare ai Campionati del Mondo, ma tra le migliaia di persone tra atleti, staff e arbitri arrivati agli Usa per la competizione (solo i calciatori sono 1.248) è stato l’unico ritenuto non idoneo a ottenere il visto (fa eccezione qualche rappresentante iraniano colpito dal leggero sospetto di essere legato ai Pasdaran). Il Foglio ipotizzava che l’arbitro fosse stato vittima di un pasticcio burocratico (tutto il mondo è Paese). Ieri sera (vedi il “box” sotto) la Casa Bianca ha parlato di sospetti rapporti col terrorismo. Il Corriere s’indigna per «i video diffusi sui social delle lunghe perquisizioni, borsone per borsone con cani antidroga, dei calciatori del Senegal e dell’Uzbekistan», oltre che di migliaia di altri turisti al giorno in tutta la nazione, ma pur di dare addosso “alle destre” ora i calciatori devono godere di un trattamento di favore, oltre a quello economico.

Tocca a Repubblica: «Al momento il più grande spettacolo sportivo del pianeta appare una storia fatta di perquisizioni umilianti e bagagli aperti sull’asfalto». Ah, non sull’erba!. Titolo de Il Dubbio: “Perquisizioni, espulsioni e abusi. Ecco i Mondiali di Donald Trump”. Washington trema. E i capi del calcio devono aver preso una certa strizza pure per le sferzate dell’eurodem (Marlon) Brando Benifei contro il «dynamic pricing», ossia i prezzi che variano a seconda della domanda, dell’offerta e del periodo, dinamica che non avremmo mai conosciuto senza l’alfiere europeo della Schlein. Attenzione che Il Manifesto si supera, e non era facile: «La maggior parte dei tifosi non potrà assistere alle partite perché impossibilitata a ottenere il visto o perché terrorizzata dalle deportazioni arbitrarie delle milizie parafasciste dell’Ice».

Le stesse che secondo la Bonelli&Fratoianni avrebbero rastrellato spettatori e turisti a sinistra e manca durante le Olimpiadi di Milano -Cortina. Il Manifesto è in forma mondiale: «Questo processo di esclusione operato dalla Fifa attraverso i campionati di calcio affonda le radici nell’assegnazione dell’edizione del ’34 all’Italia fascista, che secondo l’allora presidente Rimet era un esempio nel mantenere l’ordine pubblico col pugno di ferro». Pare che l’inno dei Mondiali trumpiani non sia più “Dai Dai” di Shakira. Si vocifera che nel nuovo testo, di un non ancora noto compositore autarchico, si parli di “Giovinezza”, con accento Usa.

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