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Bomber Igor Protti, una vita a moltiplicare gol

Il mitico capocannoniere in A, B e C se ne va a 58 anni, stroncato dal tumore: il ricordo di un modo di intendere il calcio
di Carlo Galatisabato 20 giugno 2026
Bomber Igor Protti, una vita a moltiplicare gol

3' di lettura

Igor Protti è stato un modo di intendere il gol e forse anche il calcio: quello di provincia, delle domeniche in cui un attaccante poteva diventare leggenda senza il blasone della grande squadra addosso. Se ne è andato a 58 anni, dopo un anno di battaglia contro un tumore al colon, lasciando la memoria di uno degli ultimi veri bomber popolari, venerato soprattutto a Bari e Livorno.

Nato a Rimini nel 1967, Protti imparò presto che il talento, da solo, non basta. C’era da salire, da guadagnarsi ogni metro, in un calcio che negli anni Novanta era il centro del mondo e nel quale segnare non era mai semplice. Rimini, Livorno, Virescit, Messina: la sua prima carriera fu una rincorsa verso la Serie A. A Messina si fece uomo e attaccante, a Bari diventò idolo. Nel 1995-96 realizzò 24 gol con una squadra retrocessa a fine stagione: paradosso feroce, perché raramente una sconfitta collettiva ha illuminato così tanto una grandezza individuale. Vinse la classifica cannonieri con Beppe Signori. Quel Bari di Materazzi, con Kennet Andersson accanto a lui, finì in B, ma per mesi fece sognare.

FIUTO
Protti non aveva il fisico del centravanti da copertina, né il passaporto sportivo delle grandi dinastie. Aveva però la cosa più rara: il fiuto. Sapeva dove sarebbe caduto il pallone un istante prima degli altri, attaccava l’area con la fame di chi non si sente mai arrivato, trasformava mezze occasioni in sentenze. Era un bomber di provincia non perché fosse piccolo, ma perché rendeva grandi i luoghi in cui giocava. Bari lo chiamò Zar, Livorno lo fece bandiera. In mezzo passarono Lazio e Napoli, una Supercoppa italiana.

Il suo rimpianto sportivo più grande resta la Nazionale. Nel 1996, dopo quei 24 gol, Protti avrebbe meritato almeno una telefonata, la possibilità di vestire una maglia azzurra che sognavae che non arrivò mai. Sacchi scelse Del Piero, Zola, Casiraghi, Chiesa, Ravanelli. Gente fortissima, certo.

Ma il calcio è fatto anche di merito del momento, e in quella stagione, in Italia, solo Signori aveva segnato come lui: entrambi restarono a casa. Pensarci oggi, mentre la Nazionale fatica spesso a trovare un centravanti vero, fa ancora più effetto.

Poi ci fu Livorno, la seconda vita. A 33 anni scese in C1, quando molti avrebbero cercato un finale senza rischi. Lui invece tornò a costruire. Segnò, trascinò, vinse la classifica marcatori in C1 due volte, poi in Serie B, completando un primato quasi irripetibile: capocannoniere in Serie A, Serie B e Serie C1, come soltanto Dario Hubner. Con Cristiano Lucarelli riportò il Livorno in Serie A, diventando capitano e simbolo.

Il dolore di oggi attraversa l’Italia del pallone senza distinzioni di maglia. Oggi la salma sarà allo stadio Armando Picchi, dove Livorno saluterà uno dei suoi figli più amati. Rimangono 257 gol, le corse sotto la curva, l’immagine di un uomo che nelle ultime settimane ha trovato la forza di accompagnare la figlia Noemi all’altare. Rimane la lezione di un attaccante senza blasone e senza maschera: Igor Protti, uno che non ha giocato per diventare grande in una grande, ma per restare grande nel ricordo di chi lo ha amato.

Le sue ultime parole sono affidate ai suoi social e pubblicate dalla famiglia: «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale, grazie per l’affetto e l’amore sempre dimostratomi e totalmente ricambiato». Buon viaggio Zar.