Il nuovo Stato islamico cresce molto più vicino all’Italia di quanto dica la carta geografica. Non perché il Niger si affacci sul Mediterraneo, ma perché è uno dei grandi corridoi africani verso la Libia. E la Libia è tornata a essere il principale trampolino dei barconi diretti sulle nostre coste: nel 2025 circa 58mila persone, l’87 per cento di tutti gli arrivi via mare in Italia, sono partite proprio dalle coste libiche. È dentro questa saldatura fra jihadismo, traffici e migrazioni che va cercata la nuova minaccia all’Occidente.
Nel marzo 2026 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato 384.564 movimenti attraverso i punti di monitoraggio del Niger. Rispetto allo stesso mese del 2025, i flussi complessivi sono cresciuti del 18 per cento. Ma soprattutto sono aumentati del 228 per cento i movimenti in uscita verso la Libia. Arlit e Séguédine sono diventati snodi strategici della marcia verso nord. Nel primo trimestre dell’anno il 20 per cento dei migranti osservati alle frontiere libiche proveniva dal Niger e l’81 per cento degli arrivi terrestri recenti dichiarava di avere utilizzato facilitatori.
Ed è proprio in Niger che sta crescendo l’Islamic State Sahel Province. L’Onu registra un’attività sostenuta dello Stato islamico nelle regioni di Tillabéri, Tahoua e Dosso. A giugno i jihadisti hanno attaccato contemporaneamente postazioni militari, conquistando temporaneamente campi e impossessandosi di armi e veicoli. Il 23 settembre hanno colpito ancora ad Abala e Konni: almeno una cinquantina di soldati sarebbe stata trucidata.
L’allarme riguarda direttamente l’Europa e soprattutto l’Italia tant’è che il rischio di infiltrazioni jihadiste lungo le direttrici che dal Niger conducono alla Libia sarebbe stato analizzato anche in report nella disponibilità dei servizi segreti francesi. Documenti di intelligence che metterebbero sotto osservazione proprio la possibile saldatura tra l'espansione dello Stato islamico nel Sahel e le grandi reti clandestine che attraversano il deserto verso il Mediterraneo.
L’Italia, del resto, ha già avuto un assaggio diretto del salto di qualità jihadista. Il 29 gennaio un attacco rivendicato dall’Issp ha raggiunto l’aeroporto di Niamey e l’area della base che ospita la missione italiana Misin con circa 500 militari. E ancora: l’Unodc ha già documentato che gruppi armati controllano alcune direttrici percorse dai trafficanti e che fra trafficanti e formazioni armate possono esistere rapporti. L’Institute for Security Studies ha ricostruito spostamenti di combattenti jihadisti fra Libia, Algeria, Mali, Niger e Nigeria attraverso guide e facilitatori. Il precedente, del resto, esiste già. L’Isis siro-iracheno utilizzò la grande crisi dei rifugiati del 2015 per trasferire lupi solitari verso l’Europa lungo la rotta balcanica. Alcuni uomini delle cellule di Parigi e Bruxelles viaggiarono con falsi passaporti siriani.
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Tredici anni dopo, la minaccia cambia mappa. Il Niger è uno snodo dei movimenti verso la Libia, la Libia alimenta la rotta del Mediterraneo centrale e quella rotta termina soprattutto in Italia. Il vecchio Califfato aveva l’Europa come obiettivo, ma non è riuscito a perseguirlo perché è stato distrutto prima di poter issare la bandiera nera sulla Cupola di San Pietro. Quello africano ha qualcosa in più: una strada già aperta che porta fino alle nostre coste.




