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I papà nelle pagine (e nelle vite) degli scrittori

Dal “pater familias” fino ai nostri giorni: in letteratura sono raccontate tutte le sfumature del rapporto tra genitore e i figli
di Francesco Musolinomercoledì 18 marzo 2026
I papà nelle pagine (e nelle vite) degli scrittori

4' di lettura

Charles Darwin osservava i figli con la stessa curiosità con cui studiava i fringuelli. Martin Lutero scrisse che Dio sorride quando un padre si prende cura dei bisogni del proprio bambino e dopo l’incidente motociclistico del 1966, Bob Dylan si allontanò dal circo mediatico e si ritirò per qualche tempo nella dimensione domestica in cerca di quiete. Lo stereotipo preferisce raccontare padri severi e autoritari, tuttavia, esiste un’altra figura, meno visibile ma altrettanto importante.

Ne parla Paternità. Una storia di amore e potere, il saggio firmato da Augustine Sedgewick (pubblicato in Italia da Il Saggiatore) che, attraversando secoli di storia, dimostra come il ruolo del padre sia radicalmente, del resto, sin dalle antiche società della Mesopotamia, il padre era responsabile della discendenza e della continuità della famiglia ma non custodiva soltanto beni e autorità, rappresentava la memoria valoriale dell’intero nucleo domestico, Ma si tratta di un ruolo con una forte valenza sociale e non mancano i paradossi celebri che lasciano di stucco: Charles Dickens, l’autore di Canto di Natale, celebrato come il grande cantore dell’infanzia nella letteratura vittoriana, ebbe un rapporto glaciale con i suoi dieci figli, alcuni furono mandati nelle colonie dell’Impero, tra Australia e India, spesso percepiti più come un peso che come una gioia. Un altro caso emblematico è quello di Jean-Jacques Rousseau, l’autore Emilio o dell’Educazione, il trattato che rivoluzionò il modo di pensare l’educazione, abbandonò i suoi figli, affidandoli alla ruota degli esposti di Parigi, nella convinzione che lo Stato sarebbe stato più equo nella loro formazione. Sigmund Freud, invece, trasformò la famiglia in un laboratorio della mente infantile, osservando gli eredi con lo sguardo dello scienziato, saggiando le sue stesse teorie.

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FRA AMORE E ODIO
La letteratura ha raccontato questo rapporto in tutte le sue sfumature, fra amore e odio. Indimenticabile Virgilio con Enea che porta sulle proprie spalle l’anziano padre Anchise, diventato l’immagine per antonomasia dell’amore filiale. Il caso più celebre resta quello di Franz Kafka: nella Lettera al padre (Einaudi ha ripubblicato tutte le sue opere in formato tascabile) tenta di spiegare al genitore, uomo autoritario e ingombrante, il senso di paura e inferiorità che lo aveva segnato per tutta la vita. Molti altri scrittori hanno provato a fare i conti con quella presenza: Philip Roth con straordinaria delicatezza in Patrimonio, il memoir dedicato agli ultimi mesi di vita del padre Herman che riverbera anche nelle pagine di Everyman, lasciando affiorare il peso della tradizione ebraica; Karl Ove Knausgård, invece, nella saga autobiografica La mia lotta, narra un padre distruttivo, la cui ombra ebbe un peso distruttivo sull’autore scandinavo. A questa tradizione si aggiunge lo scrittore francese Sorj Chalandon che con Il libro di Kells (appena pubblicato da Guanda) conclude la trilogia autobiografica dedicata alla figura paterna eletta a personaggio letterario: affabulatore, bugiardo e millantatore, sempre capace di reinventare la propria identità.

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IL RISVOLTO TRAGICO
La narrativa contemporanea guarda alla paternità anche con uno sguardo più disincantato e mentre si rincorrono sugli scaffali i saggi dedicati al patriarcato, nel romanzo Padri nostri (Einaudi), lo scrittore scozzese John Ni ven racconta la paternità nella Gran Bretagna di oggi con la sua consueta satira corrosiva. I suoi protagonisti non incarnano affatto l’autorità, né tantomeno un modello edificante: sono uomini imperfetti, spesso spaesati, alle prese con la responsabilità di crescere figli in una società segnata da disuguaglianze e tensioni di classe. Infine, la letteratura affronta anche il risvolto più tragico, quello dei padri che devono seppellire i propri figli. Nel 1596 William Shakespeare perse il figlio Hamnet.

Una storia straziante divenuta un romanzo (Nel nome del figlio di Maggie O’Farrell) e poi un film di successo ma in quella ferita possiamo ritrovare una possibile radice emotiva dell’Amleto, facendo del teatro uno spazio in cui elaborare un lutto impossibile da nominare. E ancora, lo scrittore israeliano David Grossman con A un cerbiatto somiglia il mio amore (Mondadori) ha narrato la morte del figlio Uri, caduto nel 2006 durante la guerra in Libano, un evento che ha necessariamente cambiato per sempre il suo rapporto con la scrittura, partendo dalla considerazione che non esiste un termine per definire un padre che perde il proprio figlio. Infine, giungiamo al senso ultimo della paternità ovvero il passaggio del testimone, colto dalla poesia Se di Rudyard Kipling, rivolta al proprio figlio. Dopo aver elencato le virtù di pazienza, coraggio e autocontrollo, Kipling conclude con versi rimasti proverbiali: «Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa, E - quel che più conta - sarai un Uomo, figlio mio!». Tra dolore, confronto e insegnamento, la letteratura ha raccontato la paternità in tutte le sue forme. Lungamente associata all’autorità del pater familias, oggi si è ammorbidita, affrontando crisi valoriali e burrascosi rapporti con le nuove generazioni ma fra le pagine di romanzi, lettere e memorie, ora come allora, riverbera la stessa domanda: cosa significa davvero essere un padre?

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