Arriva a Trento «Ho imparato a dire no (Ma c’è voluta una guerra). Opere e libertà di Giovannino Guareschi» (Rai Libri, Roma 2026 pp. 240, € 20) il saggio di Marco Ferrazzoli, scenaggiatore del biopic su Giovannino Guareschi. Il fatto che il volume che racconta “vita, opere e libertà di Guareschi” arrivi nella città di Alcide De Gasperi potrebbe avere l’aria di una sorta di “riconciliazione” fra lo scrittore della Bassa e lo statista trentino.
Più probabilmente, però, si rivelerà l’occasione di un nuovo confronto sulla tesi espressa da Guareschi riguardo le due lettere a firma “Degasperi” (allora il cognome del politico era scritto così) con le quali dal Vaticano dov’era rifugiato assieme ad altri della resistenza, il futuro presidente del Consiglio chiedeva agli alleati il bombardamento della periferia di Roma, per provocare la sollevazione del popolo contro i nazifascisti.
Confronto che emerge chiaramente dalla righe di Ferrazzoli: «Il 3 febbraio 1954 gli avvocati del leader politico presentano la causa per diffamazione a mezzo stampa, a carico del direttore del Candido e autore dell’articolo, presso la Procura della Repubblica di Milano. I magistrati ordinano immediatamente il sequestro delle copie del giornale. Giovannino è, ovviamente, pienamente convinto dell’autenticità delle carte, che sono accompagnate da una perizia calligrafica di Umberto Focaccia, perito del tribunale milanese. Ma la quarta sezione del Tribunale penale milanese non la considera, rifiuta di farne effettuare una nuova, nega alla difesa le testimonianze richieste, giudica la pubblicazione diffamatoria e i documenti falsi, e condanna l’imputato per diffamazione a mezzo stampa».
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Nessuna prova, come Guareschi sosterrà anche in seguito, della non autenticità delle lettere, ma una condanna a 12 mesi di reclusione per diffamazione, che Giovannino sconterà, senza chiedere appello, con l’aggiunta degli otto mesi rimediati per vilipendio del Presidente della Repubblica, con la famosa vignetta dedicata al Nebiolo di Luigi Einaudi. Da questa condanna prende le mosse e si conclude proprio il biopic sceneggiato dallo stesso Ferrazzoli che, con il suo volume, nel panorama delle biografie guareschiane si ricava un posto a parte, dal momento che analizza sì, la vita e le opere del papà di Peppone e don Camillo, trasformando, però, la narrazione da temporale a tematica e spostando quindi l’attenzione, non tanto solo su Guareschi, quanto sugli eventi, le prese di posizione, l’evoluzione del pensiero e dell’opera di Giovannino, ricavandone un ritratto per molti versi nuovo, appunto perché svincolato dal trascorrere del tempo ma, soprattutto, perché capace di individuare i semi e la crescita del Guareschi cronista, disegnatore, polemista, scrittore e geniale inventore di trame e personaggi andando a ritrovarli nelle diverse età che caratterizzano la vita dell’autore italiano più tradotto al mondo (in competizione con Carlo Collodi, però, ricorda Ferrazzoli).
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Emerge il tratto caratteristico di Giovanni no: l’assoluta libertà e indipendenza che lega tutta l’esistenza di un autore che non risulta classificabile se non per la fede cristiana e la contrarietà a qualsiasi “ismo”, di destra o di sinistra. Nel saggio Ferrazzoli parla anche della realizzazione del film su Giovannino, raccontando che, nell’ambito della narrazione biografica: «Per il biopic della Rai, per esempio, lo sforzo di fedeltà all’originale biografico o testuale di Guareschi e l’esigenza di uno storytelling audiovisivo efficace sono stati conciliati con minuziosi e pazienti lavori sulle singole parole. Nell’edulcorazione operata dai cinematografari sulle fonti letterarie di Mondo piccolo, Guareschi avverte quella che oggi definiremmo political correctness, e la sente collidere con il suo amore per la chiarezza.
Tali scaramucce il film biografico le affida agli stessi don Camillo e Peppone, che battibeccano su quale personaggio sia stato favorito dall’interpretazione come protagonista principale. Il regista Porporati inserisce nel cast dei personaggi anche un militante comunista e un prete a cui lo scrittore si ispira per la rivisitazione narrativa». Peccato che, sia a Porporati che a Ferrazzoli sia sfuggito il riferimento al Cristo dell’altar maggiore, che discorre con don Camillo: escluso dalla narrazione cinematografica del biopic, nel saggio di Ferrazzoli torna protagonista proprio il Crocifisso che parla, quella che è l’invenzione più eclatante, suggestiva e discussa di Guareschi: i dialoghi di Gesù con don Camillo restano il tratto più distintivo della saga guareschiana, anche prima delle elezioni del ’48, quando il Cristo dice a don Camillo: «Non ti preoccupare per le elezioni: io non entro in lista con nessuno né contro nessuno. Io ho già vinto da un pezzo». Il libro sarà presentato oggi alle 17.30 a Trento, nel foyer del Teatro di Pergine Valsugana.




