Se c’è una verità che si appiccica addosso al viaggiatore incallito è che la nebbia possiede un senso dell’umorismo decisamente perverso. È un fenomeno nato per piallare il paesaggio, eppure, per paradosso, i ricordi più nitidi della memoria restano legati proprio ai momenti in cui non vedevo ad un palmo dal naso. Mi resta la memoria cristallina di quando la Lupa inghiotte lo Stretto di Messina, quella cortina d’aria calda e umida che in primavera scivola sull’acqua fredda trasformando traghetti e piloni in spettri fantascientifici. Conservo con precisione chirurgica il bianco spettrale delle mattine d’autunno e d’inverno nella Forêt de Compiègne, in Picardie: una cattedrale d’alberi cresciuta sui vecchi campi di battaglia della Grande Guerra, dove il vapore sale dal terreno quasi che i fumi dell’artiglieria e gli echi dei fucili fossero ancora lì, ad attestare che la storia stessa non ha mai smesso di fumare sottoterra. O il gelo ovattato sul lago di Costanza, dove Germania, Svizzera e Austria svaniscono insieme dentro una tazza di latte. Dettagli vivi, scolpiti. Quasi che la nebbia, invece di nascondere, avesse impresso a fuoco quelle visioni nella mente.
CONTRO LA MODERNITÀ
Ci si rende conto allora che la nebbia, al di là del semplice fenomeno meteorologico, è una presa di posizione filosofica: un’insurrezione della materia contro l’ossessione moderna della visibilità a tutti i costi. Quando ci si ritrova a guidare lungo l’argine del Po nei pressi di Ficarolo, con una visibilità che supera di poco il cofano dell’auto e i sensori di bordo resi del tutto ciechi dal vapore, si capisce subito che la logica dell’itinerario geografico è fallita. Si è entrati nell’Impero della Scomparsa. Ci sono luoghi al mondo pensati per sbandierare tutto subito. La Pianura Padana durante i mesi freddi, al contrario, lavora per feroce sottrazione. Riduce il paesaggio a tre elementi essenziali: l’umidità che s’attacca ai vestiti come un debito di gioco, l’odore profondo di terra bagnata e cavolo bollito, e un orizzonte candido che sembra dipinto da un imbianchino svogliato.
Eppure, la letteratura e il cinema devono a questa minestra lattiginosa una quota sproporzionata dei loro capolavori. Per decenni la settima arte ha usato la nebbia non come un ostacolo, ma come una straordinaria macchina rivelatrice: le aperture iconiche di Federico Fellini, dove il vapore trasforma la provincia in un teatro di fantasmi e ricordi d’infanzia, o alle inquadrature desolate di Michelangelo Antonioni, dove perdersi nel bianco significa perdersi nei labirinti dell’anima. La nebbia, togliendo la vista, fa apparire la sostanza.
Sfuoca la superficie per svelare l’invisibile. Ed è questa geografia dell’invisibile che Gianni Celati e Luigi Ghirri hanno deciso di mappare quarant’anni fa, regalandoci con Verso la foce – capolavoro pubblicato da Feltrinelli – il più bel diario di bordo mai concepito su questo ostinato non-luogo d’Italia. Celati con il suo incedere vagabondo e il taccuino ficcato in tasca. E Ghirri armato della sua fida macchina fotografica. Insieme hanno setacciato la provincia addormentata lungo il fiume, battendo case coloniche cadenti, bar di paese con le insegne al neon sfarfallanti, pioppeti spettrali e distributori di benzina che nel vapore padano parevano stazioni spaziali cadute in disgrazia.
Celati non viaggiava per arrivare da qualche parte o per spuntare mete su una mappa; viaggiava per ascoltare le voci. Voci di provincia, storie sbilenche di paesani che parlano da soli lungo i fossi, leggende di fiume che svaniscono nell’aria. Niente eventi clamorosi, niente eroi da copertina: solo una deriva lenta, un vagabondaggio incantato tra le apparizioni improvvise della pianura. Ghirri, dal canto suo, non cercava la nebbia per sfornare la solita cartolina nostalgica o il ritratto poetico da salotto. Per lui la nebbia era uno strumento di misura della memoria. Nelle sue inquadrature, il bianco non cancella le cose: le isola, le protegge dal rumore di fondo del mondo. Una panchina solitaria sull’argine acquista la dignità solenne di un monumento antico. Attraversando i paesi lungo il fiume – da Guastalla fino alla foce, passando per argini dove l’unica presenza viva può essere un gatto randagio che fissa con severità aristocratica – ci si rende conto di quanto la provincia silenziosa sia stata la vera incubatrice di un’estetica profonda. Una democrazia dello sguardo dove una balera dimessa possiede la stessa dignità architetturale di una cattedrale gotica.
Nel loro girovagare, Celati e Ghirri hanno inaugurato un modo nuovo di stare al mondo: l’arte dell’incanto quotidiano. Quando la nebbia azzera il paesaggio, restano solo i gesti semplici. La tazzina da caffè che urta sul banco di formica, il vapore della polenta, il nitore improvviso di un cartello stradale che indica una località dimenticata.Oggi, mentre il resto del mondo corre a trecento all’ora, piantarsi sull’argine del Po immersi nel vapore è un atto di disobbedienza civile. Significa rallentare fino a sincronizzare la propria frequenza cardiaca con la velocità di crociera di una chiatta arrugginita. Significa rivendicare il diritto a perdersi, a esitare, a rimanere immobili a fissare il vuoto finché dal bianco non spunta la sagoma sbilenca di un campanile che pare lì per caso.
LEZIONE SEMPLICE
Celati scriveva per smontare le ridicole pretese della prosa solenne e ritrovare l’incanto del quotidiano; Ghirri inquadrava per dimostrare che non serve una cascata americana per fare una grande fotografia. Gli bastava inquadrare un cancello aperto nel vuoto, con due pilastri di mattoni rossi sormontati da pigne in cotto a custodi di un passaggio che porta all’invisibile. Insieme ci hanno lasciato una lezione spaventosamente semplice: non occorre sobbarcarsi un volo di dodici ore ed essere spennati in qualche remota destinazione esotica per scovare il mistero. Basta aspettare il primo freddo, salire sull’argine del Po, lasciare che la nebbia si mangi la macchina e cominciare a camminare a piedi senza la minima idea di dove si stia andando.




