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Petrolio, gli effetti della guerra: prezzo della benzina in volo, dove può arrivare

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Antonio Castro
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Sarebbe già stato sufficiente il prolungarsi del conflitto in Ucraina. Poi si è aggiunto il taglio delle produzioni di Russia e Arabia Saudita (oltre 1 milione e 500mila barili al giorno). Come se non bastasse i ribelli yemeniti hanno costretto, con ripetuti attacchi, il dirottamento del traffico marittimo delle megapetroliere dal più rapido Canale di Suez al Capo di Buona Speranza. Cambio di rotta che non solo allunga di 20/30 giorni i tempi medi di viaggio, ma ha fatto mediamente balzare i costi per unità viaggiante di circa 1 milione di dollari. Con un inevitabile effetto a cascata su tutti i prodotti trasportati: dai microchip al gasolio, appunto.

Da quel terribile 7 ottobre - con l’attacco condotto dai terroristi di Hamas penetrati dalla Striscia di Gaza verso il sud di Israele - ci ritroviamo nel bel mezzo di un ennesimo conflitto con non prevedibili ricadute economiche globali. Il Medioriente è una polveriera. Anche energetica. L’Italia- diversificando il mix energetico grazie al gasdotto Tap che dall’Azerbaigian spunta in Puglia e al Transmed che dall’Algeria, tramite la Tunisia, rifornisce Gela - può considerarsi relativamente tranquilla. Le nostre scorte di gas a marzo erano livellate intorno al 56,8% (60% la media europea).

 

Però non è detto che si riesca a colmare i depositi entro l’inverno. Già a gennaio - quando cominciarono ad intensificarsi gli attacchi Houthi - Doha decise di dirottare le proprie navi verso l’Asia. Almeno quattro navi per il trasporto di gas naturale liquefatto (Gnl) in partenza dal Qatar avevano cambiato rotta e destinazione. Dirgendosi ad Est. Eventi che complessivamente contribuiscono ad innalzare il costo delle materie prime energetiche. Fino al prezzo alla pompa che ormai galleggia sui 2 euro al litro. L’ultimo intervento per potare le accise di 30 centesimo al litro è costato complessivamente 9 miliardi...

 

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