Ogni inizio anno, gli importi delle pensioni (previdenziali e assistenziali) vengono adeguati al costo della vita attraverso la perequazione. La media definitiva dell’anno precedente viene calcolata a fine anno, quindi fino a novembre 2026 non saranno disponibili indicazioni precise sugli aumenti. Nel frattempo, il Documento di Finanza Pubblica approvato dal governo Meloni fornisce una prima stima dell’inflazione attesa per il 2026. Secondo queste previsioni, l’inflazione nel 2026 dovrebbe attestarsi al 2,8%, con un picco nel quarto trimestre, in netto rialzo rispetto all’1,4% che ha determinato l’adeguamento applicato nel 2026. Il rialzo è legato soprattutto al caro energia e alle tensioni geopolitiche, tra cui quelle in Iran.
Negli anni successivi si prevede un rientro: 2,0% nel 2027, 1,5% nel 2028 e 1,9% nel 2029. Si tratta di stime macroeconomiche generali, non coincidenti esattamente con l’indice FOI utilizzato per le pensioni, ma utili per comprendere l’ordine di grandezza della rivalutazione che scatterà a gennaio 2027 (basata sull’inflazione 2026).Il meccanismo di perequazione rimane quello tradizionale (anche se la Corte Costituzionale ha legittimato alcuni tagli). Qui di seguito le proiezioni per gennaio 2027 fascia per fascia:
Fino a 4 volte il trattamento minimo (oggi 611,85 euro, quindi fino a circa 2.447 euro lordi mensili): rivalutazione piena al 100%. Esempio: una pensione da 1.000 euro aumenterebbe di circa 28 euro lordi al mese; una da 1.500 euro di circa 42 euro.
Tra 4 e 5 volte il minimo (fino a circa 3.060 euro): 100% fino alla soglia delle 4 volte + 90% del tasso (circa 2,52%) sulla parte eccedente. Una pensione da 2.800 euro vedrebbe un aumento complessivo di circa 70 euro mensili.
Oltre 5 volte il minimo: la quota eccedente viene rivalutata solo al 75% del tasso (circa 2,1%). Una pensione da 3.500 euro crescerebbe di poco più di 80 euro al mese.




