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Si tratta sui conti: ora l'Italia è credibile

Caro-energia e i vincoli Ue: grazie al lavoro di Meloni e governo oggi abbiamo più margini di intervento
di Sandro Iacomettivenerdì 22 maggio 2026
Si tratta sui conti: ora l'Italia è credibile

3' di lettura

Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma di saper far di conto e guardare i numeri con un po’ di onestà. Le cifre snocciolate ieri dalla Commissione europea possono suscitare stupore solo a chi è in malafede e fornire titoli solo ai giornalisti che non aspettavano altro. Che l’Italia sarà il fanalino di coda della crescita e la prima in classifica per il debito sono sintesi scontate e note da tempo. La realtà, soprattutto sulla crescita, perché per il resto è una non notizia, è che Brxuelles ha applicato un taglio lineare dello 0,3% alle sue stime. Per l'intera Ue Bruxelles stima una crescita dell'1,1% nel 2026, dall'1,4%, e dell'1,4% nel 2027, dall'1,7% previsto in autunno.

Stesso discorso per l’Italia, dove la crescita si fermerà allo 0,5%, contro lo 0,8% previsto nelle stime autunnali, mentre nel 2027 il Pil salirà appena dello 0,6%, tre decimi in meno rispetto alla precedente previsione dello 0,9%. Il dato che più conta è invece quel piccolo decimale aggiunto al rapporto deficit/pil, che ci consentirà nel 2026 di andare al 2,9% (invece del 2,8% precedentemente previsto) ovvero sotto la soglia del 3% del Patto di stabilità. Cosa che, malgrado la crisi internazionale, le crescita che frena ovunque e l’inflazione che schizza ovunque, ci consentirà forse già il prossimo autunno di uscire dalla procedura di infrazione. Anche considerando eventuali revisione statistiche sul 2025 che neanche a Bruxelles escludono («La possibilità c’è»). Ecco, questo non era affatto scontato. Così come non era scontato che il falco Valdis Dombrovskis aprisse a sorpresa, dopo la richiesta formale di Giorgia Meloni, ad una possibile deroga al patto per le spese energetiche. Sono queste le vere novità emerse ieri dal versante europeo. Novita che ovviamente non sono sfuggite a Giancarlo Giorgett, che tra le turbolenze internazionali e quelle interne alla maggioranza continua incredibilmente a tenere la barra dritta.

«L’economia italiana mostra dati positivi, quasi sorprendenti se si guarda il contesto», ha sottolineato il ministro dell’Economia dall’Ecofin da Cipro, evidenziando che «i fondamentali del Paese restano solidi». Ma che l’Italia fosse in grado di reggere agli scossoni si sapeva. O almeno lo sapevano coloro che si ostinano a leggere i numeri e non i bollettini propagandistici degli espertoni antigovernativi. L’elemento di novità è un atteggiamento diverso di Bruxelles nei confronti del nostro Paese, che continua a combattere con l’eredità di un debito enorme ma che negli ultimi anni ha dato prova di saper gestire con serietà la finanza pubblica. Il risultato, parola di Dombrovskis, è che la Commissione europea sta «esaminando» la possibilità di attivare la clausola di salvaguardia nazionale per far fronte alla crisi energetica ed è «pronta a reagire agli sviluppi», pur tenendo in considerazione l'esistenza degli stabilizzatori automatici e le limitazioni fiscali dei Paesi Ue.

La differenza con le solite porte in faccia che siamo abituati a ricevere da decenni è palpabile. E che lo scenario sia aperto lo conferma anche Giorgetti. «Questi negoziati sono lunghi e richiedono tempo. Il mio ottimismo nasce dalla serietà e dalla razionalità della proposta. Noi chiediamo semplicemente che le spese supplementari e necessarie, non soltanto per la difesa ma anche per l'energia, vengano considerate. È un approccio razionale che non mette a rischio nel medio termine la sostenibilità della finanza pubblica. È un negoziato complesso ma che si basa su presupposti assolutamente logici e razionali». Parole che ben si accoppiano con quelle di Dombrovskis. «Stiamo valutando quali elementi potrebbero essere possibili all'interno del nostro quadro fiscale», ma gli aiuti dovranno restare «temporanei e ben mirati, soprattutto per i Paesi ad alto debito. Dobbiamo salvaguardare la sostenibilità fiscale». Se qualcuno oggi vi spiegherà che è un no all’Italia, non dategli retta.