Da una parte la disoccupazione, scesa a giugno al 5,8% (-0,1%), rispetto ad un tasso europeo del 6,4%. Dall’altra l’occupazione, rimasta stabile al 63,2%, contro un livello Ue che viaggia intorno al 70%, il che per l’Italia significa aver ridotto enormemente un gap che si aggirava negli anni scorsi su circa 20 punti percentuali. I dati snocciolati ieri dall’Istat confermano l’ottimo andamento del mercato del lavoro italiano. Con numeri che da moltissimi mesi inanellano record su record. Gli occupati raggiungono il massimo storico a 24 milioni 370mila, sono 867mila in più di luglio 2023 e 307mila in più di luglio 2025. I disoccupati sono 1 milione 490mila, 14mila in meno rispetto a luglio 2025 e quasi mezzo milione in meno del luglio del 2023. Ma se andiamo indietro di qualche anno è facile ricordare le denunce dei sindacati che ritenevano intollerabile un livello di disoccupati che sfiorava i 3 milioni. Asticella rimasta a quell’altezza almeno fino al 2016.
Tutto fantastico, considerato che dal 2022 ad oggi hanno trovato un impiego in Italia quasi 1,2 milioni di persone? I numeri non consentono di cospargersi il capo di sale, anche se su molti punti si può ancora lavorare. C’è un discorso generazionale e demografico, ad esempio, che merita attenzione. Gli over 50 al lavoro raggiungono il massimo storico a 10 milioni 455mila con una crescita di 364mila unità sull'anno e quasi 5,3 milioni in più rispetto a venti anni prima.
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A livello logistico, la macchina organizzativa sta mettendo a punto gli ultimi dettagli. Dice Marcello Gemmato, deputato...Gli occupati nati prima di luglio 1976 sono ormai quasi il doppio rispetto agli under 35, a quota 5 milioni 299mila, con quasi due milioni di unità in meno rispetto a venti anni prima. Rispetto a luglio 2025 c'è stato un recupero per la fascia tra i 25 e i 34 anni con 77mila unità in più mentre gli under 25 hanno registrato 55mila unità in meno. Il tasso di occupazione su base tendenziale è cresciuto in tutte le fasce di età ad eccezione degli under 25 con il dato più elevato per i 50-64enni che con 1,5 punti in più toccano quota 67,9%. Statistiche che il ministro del Lavoro è bene tenga sul tavolo della propria scrivania.
Detto questo, a parlare di un cambiamento epocale del mercato del lavoro non è l’ufficio stampa di Palazzo Chigi, ma gli esperti di Adapt, think tank nato con Marco Biagi e animato in seguito da Michele Tiraboschi e Francesco Seghezzi, che negli ultimi anni, mentre l’Istat continuava a snocciolare numeri strabilianti, non ha mai smesso di spaccare il capello in quattro per individuare cosa non andasse al di là dei record. Ecco, stavolta invece i pignoli osservatori di Adapt ritengono che i dati confermino «un consolidamento dei livelli occupazionali raggiunti negli ultimi mesi», con «indicazioni interessanti sulla composizione della crescita».
Quali? Secondo Seghezzi siamo in presenza di «una ricomposizione dell'occupazione diversa da quella osservata per molti anni, quando la crescita era associata soprattutto all'espansione del lavoro temporaneo. Oggi l'aumento su base annua è trainato soprattutto dal lavoro permanente. A questo si accompagna un altro segnale importante: la diminuzione dell'inattività, che indica una maggiore partecipazione al mercato del lavoro». In sintesi, più posti fissi e meno fannulloni. Possiamo anche rammaricarcene, come ieri hanno fatto sinistra e sindacati, ma i conti con la realtà, prima o poi andranno fatti.




