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Pensioni e rivalutazione, ecco quali sono le vere cifre

di Ignazio Stagnomartedì 3 novembre 2026
Pensioni e rivalutazione, ecco quali sono le vere cifre

3' di lettura

Sulla rivalutazione delle pensioni, inutile nascondere il nocciolo della questione, ci si aspettava di più dal governo. Ma in questa storia, quella in cui l’esecutivo passa come travestito da mannaia in cerca di assegni da fare a fettine bisogna chiarire alcune cose.

Cominciamo dalle cifre. Si tratta di uno scippo? Di una rapina di Stato? Non proprio. Quando parliamo di taglio alla rivalutazione intendiamo una limatura alla quota che va a definire la perequazione automatica al costo della vita. E per capirlo è necessario tenere conto delle cifre. Per una pensione da 1.500 euro lordi non ci sono variazioni in negativo. L’aumento sarà di 45 euro mensili, pari a 585 euro su tredici mensilità.

La situazione varia, ed è qui che la sinistra sbraita sul «governo ladro», con un assegno da 2.500 euro. Con la rivalutazione attuale l’aumento sarebbe di 74,84 euro al mese. Con le nuove fasce invece l’incremento sarebbe di 63,75 euro con una differenza di 11,09 euro mensili, circa 144 euro all’anno. Altro esempio pratico è un assegno da 3.000 euro lordi.

Qui, rispetto a un aumento atteso di 88,34 euro, l’adeguamento toccherebbe i 76,50 euro con una riduzione di 154 euro su base annuale. Ma è salendo negli importi che la nuova rivalutazione fa sentire i suoi effetti. Una pensione di 4.500 euro con le regole attuali avrebbe un incremento di 122,36 euro. Con le fasce invece l’aumento sarà di 63,45 euro con una perdita annua di 766 euro.

Se poi allarghiamo il discorso alle pensioni d’oro, su un assegno di 6.000 euro mensili l’aumento passerebbe da 156,11 euro mensili a 66,60 euro. Di fatto il sacrificio vero e proprio viene chiesto a chi ha una pensione che di suo è abbastanza pesante. Badate bene che nessuno vuol certo far intendere che la penalizzazione è inesistente, ma semplicemente far notare a chi parla di cesoie che non si mettono le mani nel portafoglio dei pensionati che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

Poi c’è un altro aspetto che non va dimenticato. Le fasce calmierate sulle rivalutazioni esistono dagli anni Novanta. Qualche esempio per schiarirsi le idee. Nel 1998 indicizzazione al 100% del costo vita fino a 2 volte il trattamento minimo. L’anno dopo 100% fino a 2 volte il trattamento minimo, 90% tra 2 e 3 volte il trattamento minimo, 75% tra 3 e 5 volte il minimo, 30% tra 5 e 8 volte il minimo e addirittura zero sulle pensioni superiori a 8 volte il minimo.

I TAGLI DELLA SINISTRA

E in quegli anni lì non c’era al governo il centrodestra. Una prassi questa che ha poi preso piede anche dagli anni 2000 in poi. Anche i governi Berlusconi e Prodi hanno dato una stretta al sistema perequativo. Non è stato certa diversa l’esperienza con i tecnici al governo. Nel 2011-2013 viene imposto un blocco biennale della perequazione automatica per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo. Un blocco votato anche dalla sinistra, sempre per ricordare qualche tassello che in questi giorni sta sfuggendo nella caciara della propaganda progressista. Nemmeno la Consulta riuscì a frenare gli interventi sulla perequazione.

Riconoscendo incostituzionale il blocco di Monti obbligò lo Stato a un rimborso che però, per la salvaguardia delle casse, avvenne parzialmente dando vita a nuovi ricorsi legali. La sentenza del 2015 avrebbe creato un immediato terremoto nei conti pubblici: l’annullamento retroattivo del blocco imponeva allo Stato di rimborsare circa 5 miliardi di euro a milioni di pensionati. E qui veniamo a un punto importante di questa questione: da un lato quella sentenza mise in chiaro che il potere d’acquisto dei pensionati non può essere considerato un bancomat per lo Stato, ma la risposta delle istituzioni fu ancora più importante.

Non si possono scassare i conti e non pensare anche alle future generazioni. Con il voto all’orizzonte il governo avrebbe avuto gioco facile a dare mancette per un pugno di voti in più. Ma ha prevalso l’attenzione per la tenuta della cassa sia nel breve periodo (un risparmio di più di un miliardo per il prossimo anno) ma anche nel futuro con una stima di 14 miliardi accantonati in 10 anni. A cosa servono quei soldi? A far crescere, anche, il gruzzoletto dei risparmi che permetterà di pagare le pensioni dei nostri figli. Ma questo la sinistra finge di non saperlo.