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Crans, quanta arroganza dietro alle fatture che hanno inviato ai ragazzi

È comprensibile che l’ospedale di Sion emetta un conto. Ma il fatto che il Canton Vallese e la Confederazione lo girino a noi dimostra l'insensibilità non di un singolo o di un’istituzione, ma di una nazione intera
di Pietro Senaldilunedì 27 aprile 2026
Crans, quanta arroganza dietro alle fatture che hanno inviato ai ragazzi

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“Oro in banca, cuore in ghiaccio”. Recita così uno dei più cattivi detti sulla Svizzera in voga nelle valli lombarde che confinano con la Confederazione. “Svizzero, prete e doganiere, guardali bene da tutte le maniere”, rispondono dalla piemontese Val d’Ossola. Sciovinisti certo, perché non dovremmo esserlo, dopo le fatture presentate dall’ospedale di Sion alle famiglie dei ragazzi italiani ricoverati nella tragica notte di Crans? E dopo il tradimento del Canton Vallese: il governatore Mathias Reynard aveva rassicurato il nostro ambasciatore a Berna, Lorenzo Cornado, che quelle carte erano un pro-forma, che nulla avremmo dovuto pagare.

Ci era stato fatto l’elenco degli interventi di solidarietà in favore delle vittime e dei loro famigliari: diecimila franchi a ragazzo per gli esborsi vivi immediati, tra alberghi e trasferimenti, poi altri cinquantamila a titolo di indennizzo, per spese mediche e legali, da parte del Cantone, annunciati ma non arrivati. Infine altri 170mila, sempre dal Vallese, per sostegni psichiatrici, e ancora 24 milioni dalla Fondazione e otto dalla Confederazione, stanziati dal Parlamento in una seduta tesissima. Quanta grazia, a parole... Tutte balle, almeno per il momento, nella sostanza.

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Reynard ci ha spiegato che vorrebbe tanto, ma la legge non può certo cambiare per qualche minorenne italiano ustionato per colpa degli omessi controlli di municipio e cantone. Esistono prassi precise: gli Stati sostengono le spese che la Svizzera ha affrontato per curare sul suo sacro suolo i cittadini stranieri, quindi toccherà al sistema sanitario italiano, così generoso e solidale; e se volete rivalervi, strafottenza contabile elvetica, mandateci pure il conto per i due ragazzi della Confederazione che avete curato al Niguarda di Milano.

Dall’Italia, è noto, la risposta è stata di indignazione e battaglia: siete vergognosi, non vi daremo un euro. Rabbia legittima. Sono due le lezioni che questa tragedia, per noi umana, per la Svizzera dell’arroganza e dell’avidità, deve farci mandare a memoria. Più un accorgimento: se potete, non passate dalla Confederazione, fate il giro lungo, che tanto con i limiti di velocità svizzeri ci impiegate lo stesso tempo, e se volete andare lì in vacanza, ripensateci o assicuratevi su tutto, compreso sulla maleducazione delle autorità. Ma torniamo alle lezioni: la prima è che la grettezza materiale e l’ottusità burocratica possono rivelarsi un autogol. Se l’Italia paga il conto, poi è difficile non ammetterla nel processo di Crans come parte civile, in quanto nazione danneggiata, e allora altro che fatture gonfiate, possiamo chiedere ai montanari senza spirito che popolano la Confederazione un sacco di soldi a titolo di risarcimento. La seconda è che, quando si tratta di banconote, di qualsiasi taglio, non ci possiamo fidare: la Svizzera non sarà mai neutrale, tantomeno equa e solidale, ma penserà sempre e solo a se stessa e ai suoi marci interessi. Come ha fatto anche nelle pagine più buie della recente storia dell’Europa.

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È comprensibile che l’ospedale di Sion emetta un conto. Ma il fatto che il Canton Vallese e la Confederazione lo girino a noi non dimostra solo insensibilità, sicumera e arroganza, non di un singolo o di un’istituzione, ma di una nazione intera. Sembra, aggirandosi tra le valli svizzere e parlando con chi sta trattando la vicenda Crans, che un’intera nazione si sia auto-anestetizzata, cuore e mente. Pare che nessuno comprenda la gravità di quanto accaduto a Le Constellation, la sciatteria omicida che ha permesso tutto ciò, le responsabilità di un metodo svizzero dietro il quale la Confederazione si nasconde ma che invece è il centro del problema. Se una disgrazia come quella di Capodanno non mette un Paese di fronte a se stesso, non lo costringe a cambiare le regole ma lo porta a difenderle, significa che per la Svizzera non c’è speranza. E non saranno le casseforti piene delle banche o dei Cantoni a salvarla. Da oggi gli avvocati delle vittime potranno visionare le immagini della tragedia in Procura. Poi toccherà anche alle famiglie. Debole è la speranza che la visione dell’orrore, l’accertamento delle responsabilità, attive e omissive, farà riflettere la Confederazione. 

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