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Scoppia la bolla rinnovabili: in Spagna è flop solare

Nelle ore di picco produttivo la rete è inondata di energia. I prezzi all'ingrosso vanno sotto zero e i produttori in pratica pagano i consumatori pur di smaltire l'eccesso
di Fabio Dragonigiovedì 2 luglio 2026
Scoppia la bolla rinnovabili: in Spagna è flop solare

3' di lettura

Bloomberg prima e Reuters a ruota si accorgono che sta scoppiando la bolla rinnovabili in Spagna. Noi modestamente lo andiamo ripetendo da mesi se non anni. I venture capitalist, le utility e le banche ci hanno investito oltre 80 miliardi di dollari. Il solare supera l’eolico come prima fonte di elettricità.

Un’espansione rapida e massiccia della capacità. Nelle ore di picco produttivo la rete è inondata di energia. I prezzi all’ingrosso vanno sotto zero. I produttori in pratica pagano i consumatori pur di smaltire l’eccesso. Non esiste capacità di stoccaggio che dia flessibilità alla rete rimandando l’utilizzo della corrente in eccesso a quando serve.

L’energia inutile non solo è uno spreco ma può fare danni come testimonia il blackout dell’anno scorso in Spagna e Portogallo. Da allora l’operatore di rete Red Eléctrica non va per il sottile. Disconnette gli impianti se serve a mantenere stabilità di frequenza e tensione. Molti investitori vogliono uscire. Progetti e società in vendita a sconto. Iberdrola rinvia dismissioni di asset perché le offerte sono basse. Si vendono allo scoperto azioni di Solaria. Fra gli short seller BlackRock. Solaria prova a diversificare. Raccoglie 300 milioni di euro per acquistare batterie e valuta la costruzione di data center che possano assorbire l’energia in eccesso.

Il governo Sanchez parla di problemi transitori e annuncia 30 miliardi di euro di investimenti sulla rete e sull’accumulo di corrente entro il 2030. Altri oneri che finiranno in bolletta. Gli investitori la pensano diversamente. Batterie, upgrade di rete e crescita della domanda non assorbiranno l’eccesso di offerta. È in crisi il “modello spagnolo” idolatrato anche a casa nostra. L’11 aprile Federico Fubini su X segnalava l’allargamento dello spread giornaliero dei prezzi in Italia. Tendevano allo zero nelle ore centrali grazie al solare, e raggiungevano i 180 euro/MWh. Si compiaceva della cosa. Motivo in più per investire sul Green Deal. Ma era chiaramente un abbaglio. Quando il prezzo scende a zero significa che esiste già un eccesso di offerta. Aggiungere altra capacità solare non fa scendere ulteriormente i prezzi ma aumentare l’energia che andrà sprecata se non si vuol mandare in tilt la rete. In più chi mai investirebbe per vendere gratis energia non accumulabile? Solo se paga lo Stato. Appunto. Molti impianti sono remunerati con contratti per differenza (CfD) o meccanismi di capacity market; quando il mercato paga zero, la differenza la pagano i consumatori con gli oneri di sistema in bolletta.

Inoltre, il problema del sistema elettrico non è il prezzo nelle ore centrali, ma la copertura delle ore serali e invernali. Lì serve il gas. Aggiungere fotovoltaico non riduce il consumo di gas nelle ore di picco e non risolve il fabbisogno di flessibilità. Chi poi vorrebbe importare il modello spagnolo in Italia trascura che la Spagna ha una superficie di circa 500mila km2 contro i 300mila dell’Italia e una popolazione inferiore di circa dieci milioni di abitanti, con vaste zone scarsamente popolate. Questo permette di installare più impianti in aree favorevoli. Il capacity factor dell’eolico spagnolo (quanta dell’energia potenziale diventa cioè effettiva) si attesta tra il 25 e il 29%, contro il 17-21% italiano. Un impianto in Spagna è cioè più produttivo del 50% di quello italiano. E l’irraggiamento solare medio è nettamente superiore. La Spagna gode insomma di condizioni più favorevoli per le rinnovabili. Dice che chiuderà i suoi reattori nucleari ma nessuno ci crede. Centrali che hanno un capacity factor che può superare il 90%. E danno alla Spagna il 20% dell’energia che le serve. La sera col buio il sole non c’è. Il nucleare sì. E comunque che in Spagna l’energia costi molto meno che in Italia è in buona parte una bufala. I dati Eurostat ci dicono che il costo medio in bolletta è inferiore del 4% di quello italiano. Quello francese invece del 25%.

L’equivoco nasce, per malafede o ignoranza, dal fatto che il prezzo all’ingrosso è più basso. Ma questa è solo una delle componenti della bolletta come ben sanno i nostri lettori. Le rinnovabili hanno bisogno di investimenti ingenti sulla rete che si ripercuotono in bolletta. Così come i sussidi alla remunerazione minima degli impianti. Ma del resto se andate al supermercato e comprate una bottiglia di vino cosa è che guardate? Il prezzo al dettaglio mostrato sullo scaffale o quello all’ingrosso ammesso che riusciate a trovarlo?