Libero logo

Antonio Di Pietro, l'affondo: "Le toghe fermarono Mani Pulite"

di Elisa Calessigiovedì 26 febbraio 2026
Antonio Di Pietro, l'affondo: "Le toghe fermarono Mani Pulite"

3' di lettura

Non qualche governo infastidito dal lavoro degli inquirenti. Ma colleghi togati che si mossero contro altri colleghi togati. Va riscritta, dunque, quella pagina di storia. O perlomeno andrebbe esaminata di nuovo. Perché, sostiene Antonio Di Pietro, che di quella stagione fu il grande protagonista, non è vera, o perlomeno non lo è per quello che lui ha visto e vissuto, la versione passata alla cronaca, ossia che Tangentopoli finì perché la politica volle mettere un argine ai pubblici ministeri e che Mafia Appalti terminò per mano della mafia. A bloccare chi stava indagando sulle tangenti nel mondo politico e sugli appalti pubblici in Sicilia, sono stati dei magistrati, colleghi degli stessi che stavano lavorando a quelle inchieste.

A dirlo, rivelando un retroscena a dir poco esplosivo, è stato niente meno che il volto più popolare di quella vicenda, Di Pietro, oggi tra i sostenitori del “Sì” alla riforma dell’ordinamento giudiziario. La confessione dell’ex pm è avvenuta durante un’intervista a Restart, programma in onda su Raidue. Il punto di partenza è un’intervista pubblicata oggi su Repubblica a Gherardo Colombo, ai tempi collega di Di Pietro, uno dei componenti del pool di Mani Pulite e oggi grande fautore del “No” al referendum. «Oggi», dice Di Pietro, «ho letto una dichiarazione di un collega che stimo, Gherardo Colombo. Dice una frase su cui invito tutti a riflettere. Dice che con questa riforma ci avrebbero fermato prima».

Referendum giustizia, indiscrezioni su Beppe Grillo: il pranzo che fa tremare Giuseppe Conte

Da Beppe Grillo neanche una parola. Il fondatore del Movimento 5 Stelle, in queste ore di scontro sul referendum giustiz...

Per la precisione il giornalista di Repubblica gli chiede se con le nuove regole introdotte dalla riforma su cui gli italiani dovranno votare il 22 e 23 marzo, l’inchiesta di Mani Pulite sarebbe stata possibile. Colombo risponde: «Secondo me ci avrebbero fermato prima», confermando una tesi sostenuta dai fautori del no, ovvero che con la separazione delle carriere pm e giudici, il potere esecutivo potrebbe prevaricare su quello giudiziario, arrivando a fermare inchieste sgradite. Di Pietro smentisce totalmente questa teoria, rivelando dei particolari inediti. Intanto osserva che con questa frase, l’ex pm milanese dice due cose. «Primo che ci hanno fermato. Ed è vero. Secondo, non dice chi ci ha fermato». Mentre «il problema di fondo», insiste Di Pietro, è proprio questo.

Ossia: chi ha fermato Mani Pulite? L’ex pm continua: «Non so se Gherardo non se lo ricorda o se non vuole ricordare. L’inchiesta Mani Pulite ha una madre che si chiama Mafia Appalti». Si tratta dell’indagine avviata nei primi anni ’90 da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con il ROS (Mori, De Donno). Un lavoro che svelò il condizionamento di Cosa Nostra sui grandi lavori pubblici in Sicilia, evidenziando legami tra mafia, imprenditoria e politica. Proprio questa indagine è ritenuta un possibile movente delle stragi del 1992 che portarono alla morte prima di Falcone e poi di Borsellino.

«Quell’inchiesta e l’inchiesta Mani Pulite», scandisce Di Pietro, «sono state fermate entrambi da magistrati. A Palermo, ammazzando chi se ne doveva occupare. A Milano, delegittimando chi se ne doveva occupare. Quindi, questa idea che la politica ferma la giustizia (che uno degli argomenti dei sostenitori del no alla riforma, nda), per come l’ho vissuta io, non è vera. L’ha fermata non la politica, ma i magistrati». Di fronte alla gravità delle affermazioni fatte da Di Pietro, cala il gelo nello studio, ma l’ex pm insiste: «Questo è delicato, è importante. Lo so che è grave quello che sto dicendo, ma io l’ho detto alla commissione Antimafia, l’ho detto alla Corte d’Appello di Palermo, alla Procura di Agrigento. Chissà perché di questa storia, nessuno se ne vuole occupare».

Non è la prima volta che i due ex colleghi, entrambi volti noti di quella stagione, duellano verbalmente a proposito della riforma dell’ordinamento giudiziario. Proprio pochi giorni fa si sono confrontati a Che tempo che fa, sostenendo uno le ragioni del “No” e l’altro quelle del “Si”. Questa volta, però, si è passati dalla dialettica alla rilettura di quella stagione, che tanto ha inciso sugli equilibri democratici del Paese.

Se le parole di Di Pietro sono vere, ci sarebbe materiale per approfondire, rileggere e indagare sulla fine di quella inchiesta. A commentare le parole di Di Pietro è stato Gianni Berrino, capogruppo Fdi in commissione Giustizia a Palazzo Madama, definendole «inquietanti». Un motivo in più, chiosa Berrino, per «schierarci per il “Sì”, per garantire non solo la terzietà del giudice e la liberazione della magistratura dalle correnti, ma anche per avere un potere autenticamente libero e indipendente».

Referendum giustizia, sinistra alla frutta: la moglie di Fantozzi in campo per il "No"

C'è anche la moglie di Fantozzi tra i sostenitori del "no" al referendum sulla giustizia. Tutto ver...