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Pietro Ioia, da narcotrafficante a garante dei detenuti di Napoli: "Così ho cambiato vita dopo il carcere"

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Giuliana Covella
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«Il mio obiettivo come garante? Dare voce a chi non ce l'ha». Sono passati decenni da quando Pietro Ioia, napoletano e oggi 60enne, faceva chiamare i giornalisti da suoi familiari mentre era rinchiuso in carcere. Chiamate che miravano a denunciare le pecche del mondo carcerario, di quel mondo che spesso non assolve al suo compito, come prescrive l'articolo 27 della Costituzione italiana (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”). Pietro, ex narcotrafficante che ha “abitato” per 22 anni e 6 mesi le carceri di Napoli e Campania, ma anche della Spagna oggi è un uomo diverso. Perché quando qualcuno - dopo aver scontato la sua pena - gli ha sbattuto la porta in faccia negandogli il lavoro promesso - lui si è riscattato mettendoci la faccia per se stesso ma soprattuto per quelli come lui. Quattordici anni fa ha fondato l'Associazione Ex Don (Ex Detenuti organizzati napoletani). Da allora il suo cammino verso la giustizia e la difesa dei diritti umani è stato tutto in salita. Tanto che lo scorso ottobre è stato insignito del Premio Stefano Cucchi per le sue battaglie a tutela dei diritti dei detenuti. Ma non è finita. Pietro ha scritto un libro, che s'intitola “Cella Zero” (Marotta e Cafiero), dove denuncia i pestaggi avvenuti ai danni dei carcerati nel penitenziario di Poggioreale a Napoli tra 2013 e 2014. Una denuncia cui si sono unite quelle di un'altra cinquantina di ex galeotti, che ha portato a un processo dove sono attualmente imputati 12 agenti di polizia penitenziaria. «Ci umiliavano, ci pestavano con manganelli e con asciugamani bagnati», tra le testimonianze di chi ha subito quelle violenze. Tutto scritto nero su bianco nelle carte processuali, sia chiaro. Oggi Pietro Ioia, che ha cambiato vita e ha scelto di aiutare gli altri a cambiarla, sconta un'altra pena: quella di chi lo giudica per essere stato appena nominato dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris Garante dei detenuti. Un incarico che sta continuano a sollevare polemiche da una parte della politica locale e nazionale e dai cosiddetti benpensanti della nostra società. Pietro, di quali strutture si occuperà come garante? «Delle carceri di Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli e Nisida». Dove è nato? «Al Rione Sanità di Napoli, in vico Lammatari, esattamente». Qual è il suo titolo di studio? «Ho la licenza media». Quando ha deciso di cambiare vita? «Quando uscii definitivamente dal carcere, mi rifiutarono il lavoro. In prigione avevo imparato il mestiere di carpentiere. Così andai a Modena, dove c'era la possibilità di un posto, ma appena il titolare seppe dei miei trascorsi non volle assumermi. Ecco, quella porta in faccia mi fece capire che è giusto che chi ha sbagliato paghi, ma è giusto anche dargli una seconda opportunità. Da allora decisi di difendere gli ultimi». Come ha fatto a riscattarsi? «Il carcere è duro. Molti detenuti sono fragili, perché dietro le sbarre non ci sono alternative e quando esci sei finito. Io sono stato forte e ho voluto sensibilizzare l'opinione pubblica». A ottobre ha vinto il Premio intitolato a Cucchi. Come ha reagito? «Non me lo aspettavo. Quando Ilaria, la sorella di Stefano, me lo consegnò le chiesi “perché a me?”. Lei rispose “per le tue lotte”». Quali sono le richieste dei detenuti? «Chiedono soprattutto di essere curati: la sanità in carcere è al collasso. Nessuno di quei carcerati dice “voglio uscire”. Sanno di dover scontare la loro pena, ma reclamano il diritto alla salute. Non dimentico però i diritti degli agenti penitenziari, che sono sotto organico. Mi batterò anche per loro». Lei però ha denunciato la cosiddetta Cella Zero di Poggioreale, dove i detenuti subivano torture dagli agenti. «Sì, ma tengo a precisare che nella categoria non sono tutti uguali, anzi. Ci sono tanti agenti lodevoli. Il processo però si sta rinviando di volta in volta e rischia la prescrizione, cioè che nessuno paghi per quegli abusi». Un'altra piaga è il sovraffollamento. «A Poggioreale ci sono 12-14 detenuti in una cella di pochi metri quadrati. Così il carcere non ha niente di rieducativo, è solo una punizione corporale. Diventa quindi una scuola di criminalità, mentre dovrebbe essere luogo di accoglienza e recupero per il reinserimento sociale e lavorativo». Com'era la sua vita prima? «Ero un narcotrafficante. Avevo una vita caotica: soldi, donne, auto di lusso, cocaina. Poi ho capito che la mia vera vita è quella di oggi: aiutare gli altri e godermi i miei 4 figli, i miei 4 nipoti e mia moglie». Cosa fa oggi? «Lavoro come tutor di minori a rischio per la Gesco sociale a Napoli». Un messaggio ai giovani dei quartieri difficili? «Inseguite miti positivi, non quelli sbagliati della criminalità».   di Giuliana Covella

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