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Monfalcone, due moschee chiuse: il caso che inquieta l'Italia

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Antonio Castro
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Chiuse due moschee a Monfalcone. O meglio: un negozio e un locale che originariamente dovevano essere destinati ad ufficio e che invece da anni venivano come luoghi di culto. Alla fine i vigili urbani del Comune- dopo le reiterate lamentele da parte dei residenti- hanno messo in atto gli accertamenti, documentati con video e filmati. E ieri sono state emesse le due ordinanze, firmate dal sanguigno sindaco, Anna Maria Cisint, che giunta al suo secondo mandato non è può più di tergiversare: «I margini di tolleranza degli atteggiamenti illegittimi o illegali sono finiti», scandisce con Libero. In sostanza dopo aver avvisato il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga Massimiliano Fedriga, averne parlato con questore, prefetto, e il comandante dei Carabinieri il comune ha proceduto alla «notifica delle due ordinanze» per «accertato pericolo per il cambio destinazione d’uso».

E quindi non sarà più possibile - si legge nelle due ordinanze notificate - “utilizzare i locali precedentemente locati come negozio e ad uso ufficio come luoghi di culto”. L’esponente leghista è da mesi che combatte contro gli utilizzi impropri. Non solo perché «ci sono leggi che valgono per tutti e non capisco perché per alcuni si debba chiudere un occhio». È pur vero che il sindaco Cisint deve fare i conti con una comunità immigrata importante. Un terzo della popolazione è ormai di origine straniera. Ma c’è la parte mussulmana che non vuole e non intende proprio integrarsi. «Anzi. Un Imam locale me lo ha detto chiaro chiaro: noi non ci cogliamo integrare, intendiamo sostituirvi». E quindi ecco spuntare il valo integrale, gli aiuti economici comunitari per chi fa frequentare ai figli i luoghi di formazione mussulmani. Una sorta di welfare di comunità che intende intercettare e guidare l’intera enclave musulmana locale. «Basti pensare che solo 7 donne lavorano», ricostruisce l’amministratore locale. Le altre, velate e sottomesse, camminano tre passi dietro al marito punto e basta. Questa constatata rigidità ha convinto la giunta di Monfalcone a tenere d’occhio l’evolversi della situazione, anche su sollecitazione dei cittadini che non accettano più il doppio standard. «Se si provano a mettere una tettoia non autorizzata, giustamente arrivano i vigili», fa d’esempio, «se poi dentro un ex ufficio si radunano in oltre mille senza alcuna autorizzazione è giusto e doveroso intervenire».

TOLLERANZA FINITA
Insomma, i margini di tolleranza sono finiti. «Esistono delle regole e devono valere per tutti. Altrimenti qui diventa che ciascuno fa come gli pare. C’è poi il problema di sicurezza.: «È una questione di sicurezza e di ordine pubblico. In quei locali non si può più pregare, non è possibile fare moschee. Sono luoghi di possibile predicazione dell’odio. Questi finti centri culturali in realtà sono moschee. Si predica,», ricostruisce il sindaco, «ma noi non sappiamo che cosa perché la lingua utilizzata è l’arabo. Le moschee sono anche luoghi dove, tra virgolette, si supportano criminali come questo che è stato arrestato». Cisint fa riferimento all’uomo arrestato a Milano sul quale pendeva mandato di cattura internazionale per associazione terroristica. E pone ai suoi colleghi amministratori llocali alle prese con gli stessi identici problemi: «Quanti ce ne saranno ancora liberi in Italia?». Iniziamo a far rispettare le regole. Certo mi piacerebbe «che partisseda monfalcone una catena di interventi locali per il rispetto delle regole basilari di convivenza»... 

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