Chi va piano va sano e va lontano, recita il detto popolare, senza specificare quanto tempo ci mette, particolare non da poco visto che un altro motto suggerisce che il tempo è denaro, quindi meglio non perderlo. Non gira molto bene in questo periodo perla magistratura, che becca critiche anche da insospettabili. Così, la sentenza dei Tar dell’Emilia Romagna che ha dichiarato fuori legge il limite dei trenta chilometri all’ora alle auto, che la giunta rossa di Bologna aveva imposto in tutta la città, salve eccezioni, è diventata, secondo autorevoli esponenti del governo comunale, addirittura un “sabotaggio politico”.
Curioso assistere alla sinistra che accusa le toghe di far politica con i verdetti. La reazione è fuori misura e questo è la prova che, con la loro decisione, i giudici hanno rotto il giocattolo. Lo riconosce anche il sindaco bolognese, Matteo Lepore, il quale ha annunciato che non presenterà ricorso. Attenzione, non che l’amministratore Pd demorda, è solo certo di perdere in appello e quindi studia altri mezzi per proseguire sulla strada sconsigliata. «La sentenza è solo una bocciatura burocratica», afferma. «Rifaremo il piano di Bologna 30» senza cambiarne la sostanza. Gli dà manforte l’intellighentia di parte e partito. Il corsivista Michele Serra denuncia una «furibonda battaglia politica di destra» contro i trenta all’ora e le piste ciclabili e «a favore delle lamiere accartocciate e delle corse in ambulanza». Che cos’è la destra e che cos’è la sinistra? «L’ingessatura è di destra, la prevenzione è di sinistra»: Serra afferma di non pensarlo ma intanto lo verga.
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Bologna è notoriamente città d’arte, musica e stravaganze, così anche il Natale 2025 è...Ah, gli inganni del bello scrivere. A questo punto, poiché il Tar, il quale si prende pure la briga di spiegare il perché, afferma che i 30 all’ora in tutta la città offendono il Codice della Strada anziché rispettarlo, ispirandoci a Serra possiamo scrivere, senza pensarlo, che la destra è dalla parte della legge e la sinistra no. La sentenza di Bologna infatti insegna che la prima fa ricorso per il rispetto del Codice della Strada e la seconda non solo si offende perché i giudici le ricordano che l’ha violata ma promette di industriarsi per aggirarla. Non per fare di tutta un’erba una serra, anche se il detto parla di fascio. A chi non piacerebbe vivere in campagna su un’amaca ed essere pagati per educare le masse con il nostro pensiero, stando ben attenti a schivarle? C’è chi, per talento o per nascita può, ed è giusto che lo faccia, e chi invece no.
Noi poveracci, come i tassisti che hanno fatto ricorso contro Bologna 30 perché il limite riduce il numero delle corse e gli incassi della giornata, non siamo né «lobbisti dell’acceleratore, né marinettiani futuristi fuori dal tempo o, peggio, menefreghisti organizzati». Semplicemente, non possiamo permetterci di vivere a trenta all’ora perché questo rallenterebbe troppo il nostro budget e non prendiamo la bicicletta perché non possiamo pedalare trenta chilometri al giorno per lavorare, la qual cosa peraltro ci richiederebbe ben più di un’ora. Sappiamo anche noi che a trenta all’ora si fanno meno incidenti che a cinquanta, e anche meno gravi. Ma sappiamo anche, per citare il grande cantautore bolognese rosso d’adozione, che «quel vizio che ci ucciderà, non sarà guidare o bere, ma qualcosa che ci portiamo dentro e cioè vivere». Che ci sia consentito farlo dalla sinistra, che vuole organizzarci la vita in tutto e per tutto come quelle mamme talmente organizzate, efficienti e protettive che finiscono per crescere figli deficienti senza averli mai svezzarti. Naturalmente per il loro bene, che però gli impediscono di raggiungere.




