Chi possiede il potere possiede anche la storia, o meglio la memoria del passato, che non è proprio la stessa cosa. Il potere costruisce la sua narrazione sul passato. E la narrazione, come spiegava Jean Pierre Faye nel suo saggio Introduzione ai linguaggi totalitari, è la funzione «elementare del linguaggio che non solo riguarda direttamente la storia, ma la genera di fatto. La storia è la narrazione che sa di esserlo».
Del tema si occupa Giorgio Caravale nel saggio da poco edito Chi controlla il passato (Laterza) nel quale si muove l’accusa alla destra di preferire al revisionismo la «storia per omissioni», fatta di «silenzi, reticenze e ambiguità calcolate». Una singolare annotazione visto che al contrario la cultura di destra si è data da fare, nel dopoguerra, per riportare sotto i riflettori pagine oscurate o “scomode” per il potere costituito dopo la caduta del fascismo, dalle foibe alle stragi partigiane avvenute nel biennio 1943-45.
Milano, ricorda le foibe a scuola: studente sospeso
Capita a Milano. Cosa capita a Milano? Di essere sospesi da scuola per aver ricordato i martiri delle foibe. Siamo alle ...Ma non è certo con le reciproche accuse che se ne viene a capo: l’attuale clima, questo il dato di partenza, non consente più di porsi come obiettivo unificante quello di una “memoria condivisa”. Quest’ultima è possibile solo come monito (“non accada mai più”) o come commemorazione che induce alla pietas (tra l’altro non sempre visto l’imbarbarimento del dibattito pubblico). Il passato può essere anche una condanna almeno finché non si raggiunga l’obiettivo inarrivabile descritto da Nietzsche: «Un po’ di silenzio, un po’ di tabula rasa della coscienza, affinché vi sia ancora posto per il nuovo, soprattutto per governare per prevedere, per predeterminare il vantaggio della dimenticanza attiva».
La dimenticanza attiva è un concetto pieno di fascino, ma troppo distante dalla politica e dalle narrazioni di potere. Nietzsche poi non amava né la storia né gli storici. Lo storico non è un rètore, e dovrebbe tenersi lontano dai giudizi sommari, dalle antipatie politiche. Soprattutto dovrebbe abbandonare la pretesa di essere il detentore della verità. Un grandissimo storico come Georges Duby raccontava di trovare affascinante nel suo mestiere «cogliere come, dove, attraverso quale artificio il ricordo si deforma, e per quali ragioni». Chi sta un gradino più sotto si accontenta della storia etichettabile. Quello è bene, quell’altro è male.
In uno dei suoi ultimi scritti Antonio Pennacchi raccontò il giallo dei fidanzatini di Cori avvenuto nel 1997. Per la giustizia c’è anche un colpevole, ma Pennacchi parte dai dubbi e non dalle certezze, e si affida ai ragionamenti filosofici sull’inconoscibilità del reale. La ricostruzione dei fatti è sempre approssimativa, sempre piena di ombre, di incongruenze. Come nella storia: «Ognuno la racconta come gli pare. Tacito dice che Nerone è un porco. E tutti a credergli. Per migliaia d’anni. Ma vai a vedere per davvero la storia com’è andata... ma non è proprio il mio mestiere. Io non sono capace. Per me Nerone è stato un santo».
Lecce, l'ultimo delirio di Cgil e partigiani: Messa sulle foibe "senza contraddittorio"
La follia della sinistra che vuole nascondere l'orrore delle Foibe arriva fino in chiesa. Vicenda surreale e sconcer...Questa lunga premessa vale per giungere a una conclusione: se lo storico ritiene di avere l’esclusiva della verità sul passato meglio tenersi alla larga. I talk show, purtroppo, fanno il lavoro sporco di demolire l’obiettività a vantaggio degli slogan. Così abbiamo ascoltato la storica Michela Ponzani dire a Piazzapulita che quella di Fiume è stata un’impresa criminale. Forse tale sciocchezza le è venuta fuori perché arrabbiata peri mancati fondi al docufilm sul processo Regeni, ma in ogni caso la banalità dell’affermazione impressiona, smentita da decine di titoli su quel fatto storico che lo stesso protagonista, D’Annunzio, definì «la cristallizzazione degli eventi intorno all’idea volontaria. L’orientazione degli spiriti ansiosi di libertà verso la fiaccola di Fiume». O forse tanta faciloneria tradisce la paura di perdere quel controllo sul passato, quel potere culturale che, per tornare a Faye, è potere di decidere tra vero e non vero. La sinistra ha creduto di poter essere l’unico e indiscutibile Narratore, di avere il diritto assoluto di controllare la memoria, mentre ogni racconto della storia è “attivo”, è capace di trasformare, e magari di far pensare, malgrado ogni resistenza.




